Euroristorazione, il pranzo è servito, il lavoro no - di Frida Nacinovich

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Si occupano dei nostri figli, danno loro da mangiare dopo le prime ore di scuola, li accudiscono permettendoci di lavorare. Perché nell’Italia del XXI secolo, diversamente da quanto accadeva negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, uno stipendio solo in casa non basta più. Se poi le entrate sono il frutto, sempre faticoso, di occupazioni precarie, i problemi aumentano. E allora il tempo pieno per le bambine e i bambini diventa una necessità.

L’emergenza Covid19 ha portato alla chiusura delle scuole da marzo a giugno, per combattere efficacemente la pandemia. Ora che gli istituti sono stati riaperti, sono tornati al lavoro anche gli addetti alle mense. Un lavoro a rischio, perché tutti gli under 20, secondo i virologi, sopportano bene gli effetti del coronavirus ma al tempo stesso sono importanti veicoli di contagio. Un ulteriore problema per le lavoratrici (soprattutto) e i lavoratori che di quell’impiego hanno estremo bisogno.

“Siamo svantaggiati in partenza - spiega Cinzia Bonaccorsi - perché da giugno a settembre le mense si fermano insieme alla chiusura delle scuole. E noi manteniamo il lavoro ma non prendiamo un euro, né abbiamo ammortizzatori sociali. Se a questo aggiungi il Covid, il risultato è che da marzo a ottobre abbiamo portato a casa solo poche centinaia di euro”. Bonaccorsi vive e lavora in provincia di Torino, per la precisione a Pianezza. Da queste parti Euroristorazione ha vinto sette anni fa l’appalto per la refezione scolastica, si tratta di un’azienda (nomen omen) in espansione, che sta ampliando l’offerta dei suoi servizi in buona parte del settentrione.

Addetta del settore delle mense da quattordici anni, Bonaccorsi individua subito uno dei principali problemi, strutturali, del sistema: “Ci consideriamo operatori scolastici a tutti gli effetti. Ci occupiamo degli alunni durante la pausa pranzo, e quelli più piccoli, delle materne e della scuola primaria, hanno particolare bisogno di attenzione. Non ha senso che, a differenza degli insegnanti e degli altri dipendenti della scuola, per noi si blocchino gli stipendi nei tre mesi estivi”.

Delegata sindacale per la Filcams Cgil nella Rsa aziendale, Bonaccorsi non è usa a obbedir tacendo. Ed è anche onesta intellettualmente, tanto da considerarsi ‘fortunata’ perché, occupandosi dei più piccoli, in condizioni normali lavora anche il mese di giugno, quando le mense per i più grandi sono chiuse. “È una lotta quotidiana - tira le somme con un sorriso un po’ amaro - pensa che, per esempio, al rientro di settembre, con le classi ridotte di numero per evitare eventuali contagi, ci volevano togliere un’ora di lavoro. ‘Ma come – abbiamo risposto - in un anno del genere ci riducete ulteriormente la paga?’. E in tutto questo Euroristorazione ha assunto nuovo personale precario, quindi più ricattabile di noi ‘vecchi’ che abbiamo conquistato con fatica almeno qualche diritto e tutela, per affrontare l’emergenza Covid”.

Se il numero dei pasti è diminuito, anche per la carenza di insegnanti di ruolo nei turni pomeridiani, in compenso sono aumentate le procedure di sicurezza sanitaria. “Dobbiamo sanificare tutto, usiamo vassoi monouso, i bambini devono essere protetti il più possibile”. Il pasto è un momento importante di integrazione e socializzazione per i piccoli alunni, le addette alla mensa lo sanno bene, con la pandemia non hanno un minuto di respiro, dal gel per pulire le manine alla misurazione della temperatura. Ma i bambini sono così contenti di essere tornati a scuola che tutto passa in secondo piano. “Ci chiedono ‘Cuoca cosa hai cucinato?’. E vorrebbero una carezza, non hanno il senso del pericolo”.

Bonaccorsi parla della pandemia come di una grossa tegola caduta addosso a lavoratori alle prese con una realtà già di per sé difficile. “Nel lockdown non abbiamo avuto né stipendio né ammortizzatori, ci è arrivato un bonus dall’ente bilaterale. Meno male, perché prima dell’arrivo della cassa integrazione la situazione stava diventando catastrofica. Ci sono colleghe che hanno famiglia e solo questo reddito, non sapevano più come fare fra bollette e mutuo, andavano a chiedere aiuto ai parenti per arrivare a fine mese. Siamo tutti ingrassati, perché frutta e verdura costavano troppo, fino a 4 euro al chilo, uno scandalo, e allora ci facevamo solo grandi pastasciutte”.

Il turno di lavoro standard è dalle 11 alle 14,30, con mezz’ora di pausa non retribuita, un part time di tre ore, che in alcuni casi può essere di quattro. Poche? Per lo stipendio sì, per la fatica bastano e avanzano. “Perché il nostro è un lavoro usurante - chiude Bonaccorsi - ma c’è chi a 66 anni non può ancora andare in pensione. Nonostante tutto per riuscire a quadrare i conti si fanno anche secondi lavori, io faccio la manicure. Insomma ci sentiamo sole, vorremmo che il sindacato fosse più incisivo, da anni chiediamo ammortizzatori e riconoscimento dei contributi per il periodo estivo”. Scarpe rotte eppur bisogna andare. Tu chiamalo, se vuoi, lavoro intermittente. E in appalto.

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