Il “Ritorno al Futuro” dello sciopero per il clima - di Simona Fabiani

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Venerdì 9 ottobre il movimento dei #Fridays For Future ha di nuovo riempito più di cento piazze nel nostro Paese. Rispettando le misure di sicurezza anti Covid, con cortei, sit in, performance, in alcuni casi incatenandosi, il movimento si è riappropriato dei luoghi fisici, dopo l’ultimo sciopero globale per il clima del 24 aprile, che era stato solo digitale. Le manifestazioni hanno marcato il carattere d’urgenza dell’agire. Ci restano solamente 7 anni ed 80 giorni per agire contro il riscaldamento globale, come scandisce il “climate clock” installato a Union Square di New York per ricordarci che il tempo sta per scadere.

Le richieste del movimento si sono concentrate soprattutto sull’utilizzo delle risorse del Recovery Fund, partendo dalle proposte dei 7 punti della campagna “Ritorno al Futuro”, a cui anche la Cgil ha aderito: rilanciare l’economia investendo nella riconversione ecologica, riaffermare il ruolo pubblico nell’economia, realizzare la giustizia climatica e sociale, ripensare il sistema agroalimentare, tutelare la salute, il territorio e la comunità, promuovere la democrazia, l’istruzione e la ricerca, costruire l’Europa della riconversione e dei popoli.

Le misure che il governo metterà in campo nel Piano per la ripresa e la resilienza potrebbero segnare quel cambiamento radicale di modello di sviluppo di cui c’è bisogno, con l’obiettivo della piena occupazione e della cura delle persone e del pianeta,  ma potrebbero anche sostenere e mantenere in vita quel ‘business as usual’ che ci sta portando verso il baratro dell’emergenza climatica, mettendo a disposizione le risorse per operazioni di greenwashing o per false soluzioni alla decarbonizzazione, come il gas o l’idrogeno prodotto da fonti fossili.  

La Cgil, come sempre, ha sostenuto lo sciopero per il clima del 9 ottobre. L’emergenza climatica non si è fermata con il lockdown e l’impatto dei cambiamenti climatici, anche nel nostro paese, è sempre più devastante. Il recente report della Fondazione Cmcc - Centro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici di analisi sui rischi legati ai cambiamenti climatici in Italia ci consegna un quadro molto preoccupante: aumento delle temperature e riduzione delle precipitazioni medie annue, con ondate di calore e prolungata siccità che aumentano il rischio incendi, e che al 2080 rischiano di diminuire del 40% la quantità di acqua disponibile. Allo stesso tempo aumento di frequenza e intensità delle precipitazioni intense e scioglimento di ghiacciai che intensificano il rischio idrogeologico, incrementi di mortalità, soprattutto negli ambienti urbani, per malattie cardiovascolari e respiratorie causate dal legame fra innalzamento delle temperature in ambiente urbano e concentrazioni di ozono e di polveri sottili. Il report stima anche i costi dell’impatto dei cambiamenti climatici nei vari scenari di aumento della temperatura dai 2 ai 5 gradi centigradi con costi fino all’8% del Pil per l’Italia. Si tratta di costi fino a 15,3 miliardi all’anno per il rischio alluvioni, fino a 5,7 miliardi all’anno per i danni dovuti all’innalzamento del livello del mare, tra 7 e 162 miliardi di decremento del valore dei terreni agricoli e fino a 52 miliardi di contrazione della domanda nel settore del turismo.

Per impedire che il cambiamento climatico abbia conseguenze sempre più drammatiche dobbiamo agire subito con radicalità e fermezza. Per questo tutte le risorse pubbliche disponibili, da quelle della legge di bilancio, ai fondi strutturali europei, alle risorse del Next Generation Eu devono essere utilizzate per cambiare il sistema economico, mettendo al centro il benessere e la cura delle persone e dell’ambiente, con investimenti in sanità, istruzione e formazione, lavoro sostenibile, riconversione ecologica e decarbonizzazione. Soprattutto, non devono essere in alcun modo sostenuti tutti quei progetti che possano causare danni all’ambiente e al clima. L’Europa in questi giorni sta prendendo decisioni importanti per accelerare la transizione ecologica e digitale, a partire dalle linee guida per l’utilizzo delle risorse europee, dove fra l’altro almeno 4 sulle 7 iniziative prioritarie (flagship) si riferiscono all’azione sul clima. E con la decisione del Parlamento europeo di innalzare al 60% l’impegno per la riduzione delle emissioni al 2030.

Da parte del nostro governo, invece, non ci sono ancora segnali che mostrino la volontà di muoversi in questa direzione. Per questo sono essenziali lo sciopero dello scorso 9 ottobre, così come tutte le alleanze e le iniziative che in questo periodo stanno cercando di imporre nel dibattito per il futuro del Paese il tema della giustizia sociale e climatica, della piena occupazione, della tutela degli ecosistemi e della necessità di cambiare radicalmente l’insostenibile sistema dominante, chiedendo partecipazione alle decisioni e trasparenza.  

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