Nadef: un programma senza un’anima - di Alfonso Gianni

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Malgrado le critiche che il presidente della Confindustria continua a rivolgere al governo, l’incontro tra Gualtieri e Bonomi alla recente presentazione del Rapporto del Centro studi Confindustria non si è svolto nel segno della baruffa. Anzi Gualtieri ci ha tenuto a sottolineare che il rapporto è “molto in sintonia con l’impostazione che abbiamo dato alla Nadef, e che intendiamo dare al Recovery Plan”.

In realtà il testo confindustriale, enfaticamente titolato “Un cambio di paradigma per l’economia italiana” contiene previsioni più pessimistiche di quelle esposte lungo le 134 pagine della Nota di aggiornamento governativa. Per Confindustria il calo del Pil nel 2020 sarà pari a -10% (per la Nadef -9%); per il governo nel 2021 ci sarà un rimbalzo del 6%, per Confindustria andrà peggio: solo un +4,8%. Le conseguenze sono pesanti sull’occupazione: 410mila occupati in meno nell’anno in corso che nel 2021 non verranno recuperati (-230mila occupati); mentre Gualtieri legge quei dati da un altro punto di vista. Il ministro scrive testualmente nella Nadef: “A fronte di un crollo del Pil stimato al 9% nel 2020, l’occupazione è prevista ridursi di meno del 2%”. Peccato che fosse già bassa prima, ma al governo interessa magnificare le misure introdotte che avrebbero “limitato l’aumento della povertà e delle diseguaglianze”, cosa di cui è difficile convincersi.

Tutti e due, governo e Confindustria, sono comunque concordi sulla necessità di cambiare “paradigma” a fronte della “peggiore caduta del Pil della storia repubblicana”. Tutto sta ad intendersi sul termine usato. Il grande filosofo della scienza Thomas Kuhn definiva paradigma una “costellazione di credenze, di valori, di tecniche e di impegni collettivi condivisi … fondata in particolare su un insieme di modelli di assiomi e di esempi comuni”. Praticamente una rivoluzione.

Invece niente di tutto questo è all’orizzonte. Confindustria vuole tornare a peggio di prima, svilendo i contratti nazionali di lavoro, sostenendo che gli aumenti salariali non possono superare un’inflazione praticamente assente (per la Nadef nel 2020 si attesterà allo 0,8% e scenderà allo 0,5% nel 2021), puntando sulla precarietà del lavoro. Per il governo tutto si limiterebbe a un buon uso dei fondi, sovvenzioni e prestiti, del Recovery, secondo sei direttrici tracciate dalla Nadef: digitalizzazione, transizione ecologica, mobilità sul territorio, istruzione, equità sociale, salute.

Come si vede siamo nell’ovvio per un verso, per un altro si rilanciano progetti come la Tav o il Ponte sullo Stretto, oppure si apre l’anno scolastico in condizioni di ingestibilità sotto ogni profilo, per limitarci solo a qualche esempio. Mentre la riforma fiscale è rimandata a una legge delega dai contenuti e tempi indefiniti. E naturalmente Bonomi e Gualtieri concordano sulle virtù miracolose di Industria 4.0. Non è un caso che siano arrivati dai vari ministeri quasi 600 progetti. Ognuno ha vuotato i propri cassetti, adattando vecchi progetti alle nuove linee guida. A tutto ciò manca un’anima, una visione progettuale, anche se la Nadef quest’anno si spinge fino al 2026.

Il cambio di paradigma può venire solo da un radicale mutamento dei fondamenti economici. Le teorie del “Nuovo Consenso” - per cui fa tutto il mercato e non la politica economica - che hanno prevalso dagli anni ottanta in poi, hanno allargato le diseguaglianze in un mondo globalizzato, e lo hanno trascinato da una crisi all’altra. Certo tutto di colpo non si può fare. Ma rendersi conto che il patto di stabilità e tutti i suoi derivati sono da cancellare, e non solo da sospendere, questo lo si deve pretendere da subito, sia sul piano europeo che interno. Capire che l’obiettivo deve essere l’occupazione, e non il tasso di inflazione, è cosa che oramai ci insegna anche la Federal Reserve statunitense. Comprendere che abbiamo bisogno di un intervento pubblico diretto in economia, il contrario di quello che sostiene Carlo Bonomi, è indispensabile.

Non si può dire come Fabrizio Palermo, l’ad della Cassa depositi e prestiti, che ci si basa su un “capitalismo paziente”: si tratta di una contraddizione in termini. Bisogna tornare a pensare e agire in termini di programmazione. Certo non costruita a tavolino, ma mettendo in moto centri intellettuali e parti sociali, il sindacato in primo luogo, senza scambiare ciò con il soffocamento del conflitto, che invece è proprio una molla di una innovazione che risponda ai nuovi bisogni. E’ un percorso che va praticato anche a livello europeo, rovesciando vincoli in potenziali risorse.

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