Ricercatori determinati: perché noi no? - di Pasquale Cuomo

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La cura dell’austerity, imposta dai vincoli europei e dal Fondo monetario internazionale, non ha fatto riprendere l’economia italiana dalla recessione, iniziata nel 2007 e tuttora in corso. Ha anzi imposto all’Italia una consistente riduzione delle risorse per scuola, università e ricerca, in controtendenza rispetto a tutti i paesi Ocse. Negli ultimi dieci anni si è infatti ridimensionata strutturalmente la formazione superiore nel nostro paese: tagli al Ffo (oltre un miliardo di euro dal 2008), blocco del turn-over (circa 15mila docenti di ruolo in meno su 60mila, in particolare ordinari, con una riduzione percentuale che si aggira intorno al 25%), la contrazione dei fondi per la ricerca (Prin, Firb e First a singhiozzo, spesso ridimensionati rispetto gli anni precedenti), riduzione delle sedi e dei corsi di laurea (circa il 20% in meno).

Questo livello di definanziamento, aggravato da un’iniqua ripartizione delle risorse dovuta ai meccanismi di attribuzione premiale, ha messo in crisi la tenuta del sistema nazionale universitario, accrescendo i divari e penalizzando la parte più debole del paese. Conseguentemente, in risposta alla riduzione verticale del personale strutturato, la precarizzazione del lavoro di ricerca e di didattica è arrivata a toccare soglie ben più alte di quelle raggiunte dagli altri settori pubblici, sia in termini di ampiezza che di stagnazione del fenomeno.

Ai circa 45mila strutturati, si affiancano 3.692 ricercatori di tipo A (comunque senza “tenure track”), 2.435 ricercatori di tipo B, e 14.610 assegnisti di ricerca, necessari per garantire in tutti gli atenei l’ordinario e fisiologico lavoro didattico, di ricerca, e in alcuni contesti persino istituzionale (dalla semplice partecipazione ai requisiti minimi per l’attivazione dei corsi, fino all’attivo impegno in organi, commissioni ed attività dell’ateneo).

In particolare, l’assegno di ricerca - un contratto para-subordinato, rinnovabile fino a sei anni, con scarsissime tutele – si è rivelato essere la chiave di volta dello sfruttamento del lavoro precario nell’Università. Gli atenei non hanno esitato ad abusarne, evitando di bandire posti da ricercatore a tempo determinato, più costosi e maggiormente tutelati dal punto di vista contrattuale.

L’universo dei precari dell’università è inoltre composto da altre figure che svolgono attività di ricerca con contratti di collaborazione, borse di ricerca (finanziate anche da soggetti esterni, per una somma che supera le 18mila unità), o spesso gratuitamente. Con tutte queste figure si intrecciano coloro che svolgono attività di docenza a contratto (senza essere strutturati), circa 19mila nelle università statali (per un totale che sfiora le 27mila unità). Questa situazione è inaccettabile per il presente e il futuro dell’Università, poiché è a rischio, ormai da anni, la tenuta del sistema universitario italiano e quindi la sua funzione. Ne paga, infatti, un prezzo altissimo tutto il paese, per primi coloro che sono chiamati a tappare i buchi di un sistema iniquo: i ricercatori precari che svolgono attività di ricerca e didattica essenziali al funzionamento delle università, e devono avere prospettive certe di stabilità.

Al danno si è aggiunta la beffa, che in questo caso ha preso le sembianze di una singolare discriminazione dei precari dell’Università. Sugli altri comparti della pubblica amministrazione è intervenuta di recente la cosiddetta legge Madia, che consentirà, tramite un meccanismo di cofinanziamento, la stabilizzazione di un consistente numero di precari. Risulta perciò paradossale la discriminazione dei ricercatori precari dell’università, figure analoghe a quelle che operano negli enti pubblici di ricerca.

Per la Flc Cgil è dunque urgente avviare un piano straordinario di stabilizzazione e reclutamento, in grado di intervenire sulla piaga del precariato, insieme a una riforma del pre-ruolo universitario che garantisca condizioni e prospettive di lavoro adeguate. Queste proposte si integrano a vicenda e necessitano di un ritorno al finanziamento del periodo pre-crisi (1,5 miliardi di euro). Solo la loro implementazione congiunta è in grado di garantire la “messa in sicurezza” del sistema universitario, premessa indispensabile perché l’Università torni a crescere e ad assumere il ruolo di motore dello sviluppo sociale.

Questo programma deve perciò essere incardinato su un rilancio del sistema universitario pubblico, con una ripresa stabile dei finanziamenti, e un intervento normativo per superare le tante contraddizioni prodotte dalla legge 240/2010 (Gelmini) e dai successivi interventi legislativi, per superare la logica delle eccellenze e garantire qualità della didattica, sviluppo della ricerca, e diritto allo studio in tutte le sedi del paese.

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