Basta bassi salari nella scuola: rinnovare il contratto nazionale di comparto è ormai un’emergenza - di Raffaele Miglietta

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Il governo passi dai propositi ai fatti e riconosca gli aumenti a “tre cifre” promessi ai lavoratori della scuola. 

“I lavoratori pubblici che nel 2017 guadagnano meno sono quelli del comparto scuola”. Questo triste primato ce lo ricordano Marta e Simone Fana nella loro ultima pubblicazione “Basta salari da fame” (Laterza). Che si trattasse di salari da fame, specie in rapporto ai colleghi europei, era risaputo poiché tutti gli anni ci ha pensato l’Ocse a ribadirlo nel suo report “Education at a glance”, da cui emerge con evidenza la distanza tra le retribuzioni dei docenti italiani rispetto alla media dei colleghi europei, che è pari al 20% (circa 6mila euro annuali).

Meno noto è invece il fatto che i lavoratori della scuola italiana fossero i meno pagati di tutto il pubblico impiego. Secondo gli ultimi dati della Ragioneria dello Stato, la differenza tra i lavoratori della scuola e la media retributiva dei lavoratori del settore pubblico è addirittura del 21% (più di 6mila euro).

Appare evidente, allora, l’urgenza di un cambio di rotta, di forti investimenti per incrementare le retribuzioni del personale scolastico, e più in generale per investire nel sistema d’istruzione, perché dalla formazione dipende fortemente il futuro e il benessere sociale ed economico del paese.

Pertanto farebbe bene il ministro dell’Istruzione Fioramonti a passare dalle parole ai fatti, assicurando i 3 miliardi di investimenti nell’istruzione, e quegli aumenti “a tre cifre” al personale, di cui ha ripetutamente e pubblicamente riconosciuto l’esigenza. Anche perché i lavoratori della scuola hanno un altro triste primato, stavolta condiviso con tutto il pubblico impiego, ovvero di avere potuto rinnovare il contratto nazionale solo nel 2018, dopo un lungo decennio di blocco della negoziazione imposto a partire dal duo Tremonti-Brunetta. Questo ha comportato una diminuzione in termini reali delle retribuzioni del 12% tra il 2001 e il 2017.

Con il Ccnl sottoscritto nel 2018 si è tentato di segnare una svolta rispetto al quadro negativo sopra delineato. Innanzitutto riaffermando le prerogative sindacali in ambiti importanti del rapporto di lavoro e poi avviando un recupero salariale, con un incremento medio del 3,48%, che seppur non sufficiente a colmare quanto perso nel precedente decennio, è comunque servito a invertire la rotta, con la prospettiva di proseguire in questa direzione con il successivo, imminente rinnovo contrattuale.

Ora però è forte il rischio che questo percorso venga bruscamente interrotto. Infatti il precedente governo giallo-verde non ha stanziato in legge di bilancio 2019 le risorse sufficienti per i rinnovi contrattuali 2019-2021, né l’attuale governo giallo-rosso sembra intenzionato a fare diversamente. Attualmente nella legge di bilancio in discussione per il 2020 le risorse previste consentono un aumento retributivo complessivo di appena il 3,5%. Ma, fatte salve le risorse per mantenere l’elemento perequativo (introdotto nell’ultimo rinnovo contrattuale per perequare i salari più bassi), quelle per l’indennità di vacanza contrattuale, i fondi accessori per le forze di polizia, ecc., quanto resta permetterebbe aumenti addirittura inferiori al precedente rinnovo (70 euro a fronte dei precedenti 85) e perfino inferiori all’inflazione del triennio (3%).

È evidente che a queste condizioni non è possibile rinnovare i contratti, e l’unica possibilità è quanto affermato dal segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, al termine di un apposito incontro a Palazzo Chigi, ovvero aprire un confronto per definire un accordo quadro sul lavoro pubblico, sulla scuola, la ricerca, ecc. che renda disponibili le risorse necessarie per un incremento significativo delle retribuzioni nell’ambito del triennio 2019-21.

 

Per raggiungere questo obiettivo però non bastano le dichiarazioni ma occorre una decisa e tempestiva iniziativa sindacale, confederale e di categoria, non escludendo qualsiasi forma di mobilitazione dei lavoratori interessati.

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