Un voto sulla Brexit - di Riccardo Chiari

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Alla vigilia delle elezioni politiche nel Regno Unito, le terze in quattro anni a causa delle infinite discussioni sulla Brexit, YouGov Uk assegnava ai Conservatori di Boris Johnson il 43% delle intenzioni di voto, che si traducevano in 339 seggi sui 650 della Camera dei Comuni. Quindi la maggioranza assoluta. Il Labour di Jeremy Corbyn era dato al 34%, con 231 seggi, e i LibDem al 13%, con un pugno di seggi.

I risultati definitivi, con un’affluenza al 67,3% (32 milioni di votanti su 47,5 milioni di aventi diritto), raccontano che per i Conservatori non è stata una vittoria a valanga, avendo ottenuto il 43,6%, pari a 13,9 milioni di voti, con poco più di un punto percentuale rispetto alle elezioni del 2017. Ma il sistema elettorale inglese, con le sue distorsioni legate al maggioritario “secco”, li ha premiati con 365 seggi. Ventisei in più di quanto anticipavano i sondaggi. Mentre il Labour, con 10,3 milioni di voti, ne ha presi ventotto in meno (203) rispetto alle previsioni.

Per spiegare questo esito, quasi tutti gli analisti politici hanno osservato che la campagna elettorale è ruotata solo sulla Brexit. “Facciamo la Brexit”, ha ripetuto fino allo sfinimento Johnson. Mentre il programma del partito laburista nascondeva l’argomento. Corbyn ha spiegato di aver tentato di mediare fra i “brexiters” e i “remainers”. Una missione impossibile. Anche se sommando Conservatori e Brexit party si arriva a 14.600.000 voti, e sommando Labour, LibDem e Scottish national party si va oltre i 15.230.000 voti.

Per certo comunque l’Irlanda del Nord è già con un piede fuori dal Regno Unito, visto che l’accordo negoziato da Johnson prevede che rimanga, di fatto, nell’Ue. Già oggi si sente parlare di “riunificazione”.con l’Eire. E anche la Scozia, forte della schiacciante vittoria del Snp e della radicata avversione alla Brexit, pretenderà sempre maggiori spazi di autonomia.

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