L’ultimo canestro di mio figlio Giovanni. Ucciso da un tumore in concorso con la malasanità - di Cesare Caiazza

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Scrivo queste righe con la stessa fatica che ho provato nel prendere la parola il giorno dei funerali di mio figlio. Sento però che debbo farlo per Giovanni, e quindi ringrazio gli altri componenti della redazione di “Sinistra Sindacale” per avermi concesso l’opportunità di pubblicare questo scritto.

Si dice che i figli, in una logica di positiva evoluzione della specie umana, sono migliori dei genitori, anche se non è sempre vero. Nel caso di Giovanni è stato proprio così! Nella sua breve vita è stato straordinariamente migliore di me: in altruismo, sensibilità, capacità di ascoltare e farsi carico concretamente dei problemi degli altri, inclinazione alla mediazione e all’evitare conflitti e litigi, prodigarsi nel chiarire le cose e mettere sempre pace.

Fino all’ 8 novembre scorso ha giocato a basket, allenandosi in vista di un imminente torneo, ed era in apparente ottima forma fisica, non avendo fino ad allora avuto alcuna avvisaglia del male che, invece, stava subdolamente covandogli dentro da tempo.

La sera del 9 ha avvertito violentissimi dolori al torace e all’addome. Dagli esami specifici, che sono stati effettuati al pronto soccorso del Policlinico Casilino di Roma, è stata evidenziata una “massa tumorale” nel retro peritoneo che spingeva verso più organi, insieme ad altre piccole macchie nei polmoni e alla testa.

Il giorno 12 è stato trasferito all’Ifo Regina Elena: una vera e propria eccellenza per quanto attiene la cura delle malattie oncologiche. Qui è stato sottoposto a nuove Tac, risonanze magnetiche e prelievi; fino all’esame istologico, il cui esito è verificabile non prima di una decina di giorni, in ragione di tempi tecnici legati ai “reagenti”.

Sabato 17 è stato quindi dimesso, e gli è stato detto che sarebbe stato richiamato entro i successivi dieci giorni, quando, dopo una diagnosi certa, poteva cominciare a seguire le necessarie cure che gli sarebbero state prescritte.

Hanno seguito un “protocollo” quantomeno cinico, basato soltanto sulla necessità di liberare “posti letto” che “costano” e che racconta di come il “risparmio” - nella concezione di chi gestisce la sanità pubblica a tutti i livelli – venga prima della vita delle persone. Perché è assurdo che già dagli esiti delle Tac e della risonanza magnetica non avessero notato il rischio di complicazioni, rispetto ad una massa che poteva ledere organi vitali e ostruire delle vene. Sarebbe stato quindi logico e “umano” tenerlo comunque almeno in “osservazione continua” in attesa dei risultati degli altri esami, e non rimandarlo a casa con la prescrizione di iniezioni di cortisone e assunzione orale di altri farmaci.

Lui ovviamente è stato felice di uscire e di passare, il 20 novembre, il suo trentesimo compleanno con i parenti, la fidanzata e gli amici. Del resto fino al sabato successivo, pur provato fisicamente e soprattutto emotivamente da quanto stava avvenendo, ha continuato a muoversi e uscire per brevi passeggiate.

Stavamo tutti insieme “prendendo coscienza”, dandoci reciprocamente forza per affrontare quella che pensavamo poter essere una lunga e dura battaglia contro un bruttissimo male che però, con le cure giuste e con il coraggio e la determinazione necessari, poteva anche essere vinta.

In questo è stata straordinaria la sua fidanzata Giulia: una ragazza di ventisette anni, con la quale era andato a vivere insieme da tre giorni coltivando grandi progetti comuni, già provata precedentemente dalla prematura scomparsa del padre a soli cinquantasette anni, sempre a causa di un tumore. Lei è stata insieme a Giovanni, in tutto questo breve ma angosciante tempo, giorno e notte, confortandolo e aiutandolo a stare mentalmente bene, donandogli piacere e strappandogli molti sorrisi.

La mattina del 24 novembre si è sentito nuovamente male. Dolori fortissimi che lo hanno fatto svenire più volte. Abbiamo appreso che l’Ifo il sabato è sostanzialmente chiuso per i non degenti, anche per i pazienti già presi in carico ma che non sono ricoverati. E’ stato quindi portato in ambulanza al pronto soccorso del Policlinico Tor Vergata, dove il giorno dopo è deceduto in circostanze che, almeno a me, risultano ancora poco chiare, e ho il sospetto possano ancora essere riconducibili ad un funzionamento della sanità carente, in ragione dei progressivi “tagli” che hanno determinato un vero e proprio collasso del sistema.

Sto approfondendo, valutando, e mi riservo ogni azione. Non perché questo potrà lenire le pene innaturali di un padre che ha perso un figlio, ma perché non possiamo rassegnarci ad una società che nella pratica sta tradendo la nostra Costituzione, a partire dalla negazione dei fondamentali diritti connessi alla tutela della vita e della salute.

Infine, ma non per ultimo, voglio ringraziare (anche a nome della mamma, della sorella Sofia – l’altra mia splendida figlia - della fidanzata, della mia compagna, delle zie, dello zio, delle cugine e dei suoi più cari amici) le migliaia di persone che si sono strette intorno a noi, nelle cerimonie di saluto a Giovanni e in tanti altri modi.

Ciao figlio mio, anche se non credente, penso siano vere le parole di un canto Navajo che ti abbiamo voluto dedicare e che sostanzialmente dicono che sei ovunque, in tante cose, ogni giorno e ogni notte…

“Perciò non avvicinarti alla mia tomba piangendo. Non ci sono. Io non sono morto”.

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