Lo sciopero dei multisfruttati - di Riccardo Chiari

Nonostante la pandemia la mobilitazione c’è stata, lo dimostra il commovente corteo di Genova. Ma alcuni lavoratori sono talmente disillusi, e bisognosi anche di quel pugno di euro a fine giornata, da non aver scioperato. Mentre tanti altri non hanno potuto farlo perché senza di loro la sanità andrebbe definitivamente in tilt. L’interposizione di manodopera, vietata dal 1960, resta una nauseante realtà per i 600mila addetti delle imprese di pulizia, servizi integrati e multiservizi, in gran parte donne, vittime della strategia bipartisan di centrodestra e centrosinistra di progressiva esternalizzazione di servizi ritenuti, a torto, non facenti parte del core business di turno. Senza i quali però gli uffici pubblici e privati, la scuole e le università, le fabbriche e gli ospedali, non potrebbero andare avanti.

Eppure, di fronte a un contratto scaduto da ben sette anni, che per giunta fissa una paga oraria di poco più di 7 euro – lordi – per i livelli più bassi, i padroni continuano a non sentire ragioni. E le loro centrali - Anip Confindustria, Confcooperative Lavoro e servizi, Legacoop Produzione e Servizi, Unionservizi Confapi e Agci Servizi – chiudono occhi e orecchie. A tal punto da chiedere che le “loro” aziende non si facciano più carico dei primi tre giorni di malattia.

Alla soddisfazione di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltrasporti per uno sciopero che ha registrato una media di adesione superiore al 80%, ha fatto da contrappunto il silenzio di una politica dalla coda di paglia. Solo il Prc ha denunciato “la creazione artificiale di un settore privato che, tra l’altro, alimenta corruzione e clientelismo”. Creando, nel pubblico, una grande categoria di lavoratori e lavoratrici di serie B. Il tutto con l’immancabile massimo ribasso nelle gare. Mentre le stesse norme nazionali e i commissariamenti obbligano ad acquistare servizi all’esterno, limitando le assunzioni. In un corto circuito infernale che la pandemia ha reso ancora più visibile.

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