Una CGIL pluralista per riconnettere il mondo del lavoro - di Roberto Giordano

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Ricostruire un abbecedario sindacale che ricomponga quello che si è frantumato. Salto generazionale e ridefinizione del pluralismo nel dibattito di Lavoro Società Lazio

Ogni osservatorio territoriale ha le sue peculiarità, ma ritengo utile utilizzare questo spazio per provare a ragionare anche di questioni più generali sulla nostra area, la sinistra sindacale, la CGIL.
Sul nostro territorio siamo presenti a livelli confederale e categoriale in modo più o meno stabile, con luci e ombre. Dopo l’ultimo congresso c’è stata una forte fibrillazione e un certo disorientamento, dovuto a come siamo arrivati all’appuntamento congressuale con la divisione negli ultimi mesi. La vicenda degli emendamenti – sui quali ogni realtà territoriale si è mossa in sostanziale autonomia – è emblematica del disordine politico interno alla confederazione: chi li aveva appoggiati non è è stato capace di dar loro un seguito politico-organizzativo.

Ancora oggi, all’interno della nostra area, vedo il permanere di due posizioni distinte: una, più esplicita, relativa alla volontà di provare a costruire una nuova sinistra sindacale; l’altra, non detta, di sostanziale incardinamento politico all’interno della compagine larga dell’organizzazione. Non sono fra quelli che ritengono la prima via nobile e la seconda di comodo, ma credo che una riflessione complessiva vada fatta in tempi rapidi, non potendo arrivare al prossimo congresso nella condizione attuale.

Ritengo, inoltre, che sia presente un tema generazionale ineludibile, che riguarda l’intera CGIL e noi in modo particolare. La prima esperienza di sinistra sindacale è cresciuta sotto la spinta di quelle generazioni che ancora oggi sono presenti nelle diverse articolazioni, anche come gruppo dirigente di vertice.

Spesso affrontiamo le nostre riflessioni sul futuro della sinistra sindacale quasi fossimo in un contesto diverso da quello nel quale è calata la CGIL, la politica italiana e la società nel suo complesso. Le sconfitte e i limiti della CGIL sono anche i nostri, e la necessità di trovare una nuova strada vale per la CGIL come per noi.

La stessa questione della rappresentanza ci interroga pesantemente e, con essa, il tema del pluralismo. Vogliamo farci fautori di una riflessione intorno al significato di questo termine e alla sua declinazione all’interno dell’organizzazione?

Potremmo cominciare a dire - come pure a volte abbiamo fatto – che il re è nudo? Visto che la conferenza di organizzazione interviene su materie di rilievo statutario, potremmo ragionare su quale sia la nostra idea, magari anticipando una discussione o soltanto registrando una differenza di vedute al nostro interno. Tolto quello previsto dallo statuto per le aree programmatiche congressuali, il resto a cosa si riferisce? Ad una appartenenza passata? Alla vicinanza a questo o quel partito? E quale? Alla appartenenza a questa o quella cordata o famiglia? Nessuno sa (o vuole) rispondere, ma a noi spetta il compito di cercare una risposta.
Tutto questo è legato alle condizioni del paese (e di gran parte dell’area continentale), al modificarsi dei rapporti di forza, alle mutazioni genetiche dei partiti di sinistra, alle trasformazioni dei riferimenti politici interni al corpo largo della CGIL: quanti votano Grillo o Salvini o Berlusconi? Così come è evidente che come sinistra sindacale non abbiamo più un riferimento politico-partitico certo. Dovremo cimentarci seriamente in una discussione aperta, senza rete, per provare a intercettare quanto si muove oltre noi, o anche scegliere di proseguire da soli, ma con una connotazione definita.

Quello che proprio non possiamo permetterci è diventare, anche nostro malgrado, i paladini di una fortezza sotto attacco, a volte più realisti del re. La vicenda della cosiddetta coalizione sociale ne è un esempio.
Se il cambiamento che noi immaginiamo è quello del documento della conferenza di organizzazione, allora la strada da fare è ancora molta. Come Lavoro Società di Roma e Lazio abbiamo prodotto un documento di commento a quello ufficiale, mettendo in luce le positività e rimarcando, senza reticenze, i limiti. L’unica cosa che possiamo fare, nei posti di lavoro e fuori, è ricostruire un abbecedario sindacale che riconnetta quello che si è frantumato, sapendo che il contesto nel quale ci muoviamo è caratterizzato da una crisi economica unica, e dalla mancanza di un riferimento politico per il mondo del lavoro. Come vogliamo chiamare tutto questo? Umberto Eco chiude così il suo romanzo “Il nome della rosa”: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. 

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