Nuovi ammortizzatori: poca solidarietà, nessuna universalità - di Claudio Treves

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La nuova normativa sulla cassa integrazione e le altre forme di sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro, rafforzano la tendenza a espellere manodopera invece di riqualificare competenze e professionalità dei lavoratori

La domanda che dovrebbe guidare il giudizio su qualsiasi riforma degli ammortizzatori sociali deve fondarsi sul loro grado di universalità, prima dell’analisi delle singole norme. Riferita al recentissimo decreto legislativo 148, la risposta non può che essere negativa. Nonostante qualche tentativo, che vedremo in seguito, non si esce dal perimetro dell’esistente, come disegnato dalla legge 92/12: l’ambito della cig rimane quello attuale, e per il vasto mondo non compreso dalla cig ci si affida ai fondi di solidarietà. In altre parole, la segmentazione delle tutele in caso di crisi e/o di difficoltà temporanea dell’impresa rimane, determinata da un fatto estrinseco e casuale, ossia in quale settore opera l’impresa.

Non solo. Risulta rafforzato oltre misura il principio assicurativo, che viene spinto fino a configurare esiti probabilmente contrari alla logica del provvedimento stesso: se l’impresa deve versare il 9% del monte salari dei propri dipendenti per poter accedere alla cig (raddoppio rispetto al regime previgente) è plausibile il sospetto che sia facilmente spinta a non ricorrere alla cig, ma a procedere direttamente ai licenziamenti, che è esattamente quanto il ricorso alla cig dovrebbe sventare o almeno ridurre.

Ancora; i contratti di solidarietà difensiva sono trasformati in fattispecie della cigs e ciò produce, probabilmente, un effetto ugualmente contraddittorio, perché così si impongono anche per i contratti di solidarietà i massimali prima limitati alle erogazioni di cig. Questo comporta per i lavoratori una decurtazione del loro reddito che renderà ancora più difficile ricorrere a questo strumento, già di per sé complesso, perché richiama modifiche dell’organizzazione del lavoro che le imprese sono sempre state restie a concordare.

Coerentemente con l’approccio assicurativo, infine, le durate vengono significativamente ridotte, sia per la cig ordinaria che per la cig straordinaria, oltre a negare il ricorso per le chiusure d’impresa. Se aggiungiamo che dal 2016 non è più attivabile come fattispecie specifica la cig straordinaria in caso di procedure fallimentari, si ottiene un quadro decisamente “restrittivo” delle misure. Del resto basta scorrere la relazione tecnica per avere conferma che il complesso delle misure produce risparmi per il bilancio pubblico, ossia mette minori risorse a disposizione. Senza dimenticare che tutto ciò avviene in presenza della programmata “eutanasia” dell’istituto della mobilità, già prevista dalla legge 92/12 per il primo gennaio 2018.

Ragionando sui fondi, poi, si è fatto - qui sì - uno sforzo di allargamento delle tutele, in quanto l’adesione obbligatoria (o ad un proprio fondo o al cosiddetto fondo residuale) viene estesa alle imprese con almeno cinque dipendenti, mentre la 92/12 lo riservava alle imprese con almeno 15 dipendenti. Però le tutele che i fondi sono obbligati ad assicurare sono inferiori a quelle previste per chi usufruisce della cig. Inoltre i fondi sono obbligati a versare la contribuzione figurativa sulle prestazioni, e il loro funzionamento è gravato dal pareggio di bilancio (per quelli presso l’Inps su un orizzonte di addirittura otto anni!), e con l’obbligo, in caso di scostamenti, di ridurre le tutele o di elevare l’aliquota di contribuzione.

Ne deriva che la loro alimentazione, essendo rimessa alle scelte delle parti sociali costituenti, diventerà un ulteriore elemento di difficoltà nella già stentata fase di contrattazione collettiva. Con il risultato, paradossale, che migliori tutele potranno aversi nei settori dove maggiori saranno le risorse messe a disposizione, mentre in una logica di solidarietà dovrebbe accadere il contrario.

Riassumendo, il quadro che avremo di fronte determinerà una forte compressione delle possibilità di governare la fase di riorganizzazione produttiva che di solito segue alla recessione, e uscirà rafforzata la tendenza a espellere manodopera anziché impegnarsi a riconvertire le imprese, riqualificando le competenze e le professionalità dei lavoratori. 

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