Giacinto Botti, referente nazionale Lavoro Società

 

La riunione seminariale nazionale dei segretari generali e di altri dirigenti Cgil del 13 e 14 gennaio scorsi offre l’occasione per alcune riflessioni sulla situazione sociale e politica del paese e sulla nuova fase dell’iniziativa della Cgil, segnata dalla centralità della battaglia sui due referendum approvati dalla Consulta e sulla Carta Universale dei Diritti del Lavoro.

E’ utile partire dall’analisi del voto per il referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, anche alla luce delle indagini presentate al seminario.

Emerge in modo chiaro che la parte più debole del paese, i giovani, il mondo del lavoro, i pensionati, il Mezzogiorno, che sta pagando la crisi con l’impoverimento, ha espresso il proprio malessere votando No. Risulta evidente che, anche nelle città più ricche del Nord, le periferie, a differenza che nelle zone centrali, hanno votato No.
Le analisi sulla mappa del voto referendario rimarcano che tutte le categorie sociali hanno visto prevalere il No, che è stato largamente maggioritario tra lavoratori a termine, discontinui, disoccupati, casalinghe, autonomi di nuova generazione. Maggioritario in modo significativo anche tra i lavoratori a tempo indeterminato e, di poco, tra i pensionati.
Il No ha prevalso, in tutte le fasce di età, in maniera decrescente, procedendo dai giovani agli anziani, dai poveri assoluti ai poveri relativi, fino al ceto medio.
il Si è maggioritario tra i ricchi e i benestanti.

La discussione e la riflessione vertono quindi sull’interrogativo se siamo di fronte a un voto di rivolta proveniente dalla parte dei “perdenti della globalizzazione”, come qualcuno li ha definiti, come sarebbe avvenuto anche in Inghilterra sulla Brexit, in altri paesi nelle elezioni politiche e da noi nelle elezioni amministrative. E’ stato definito anche come un voto di classe, ma probabilmente è più appropriato definirlo come un voto dai forti connotati classisti, pervenuto dagli esclusi, da coloro che subiscono le conseguenze della globalizzazione e le ingiustizie, e vedono le diseguaglianze prodotte dal liberismo e dal ceto politico.

La relazione all’incontro seminariale è stata ampia, con un’articolata e impegnativa analisi e con un giudizio sulla situazione politica e sociale in generale, sui risultati del referendum costituzionale e sull’apertura della campagna referendaria sui nostri due referendum sociali, dopo la bocciatura da parte della Corte costituzionale di quello riferito all’articolo 18. Una relazione “alta”, rafforzata nelle conclusioni, dopo un ricco e intenso confronto nel quale non sono mancate differenziazioni e valutazioni critiche sull’impostazione strategica della Cgil. Rimane infatti aperta la discussione sulla nostra autonoma azione e sul rapporto con il governo e il partito che lo sostiene.

L’analisi sulla globalizzazione, sulle diseguaglianze in crescita nei paesi avanzati, sul liberismo, sulle sue conseguenze e sulle dinamiche sociali e politiche in atto nel paese, in Europa e non solo, ci offre chiavi di lettura sulla crisi, e sulla scomparsa della mediazione tra capitale e lavoro che ha caratterizzato una fase storica che si sta concludendo. Nonché sulle tendenze in atto con l’affermarsi di nuovi nazionalismi e delle politiche protezionistiche che avanzano in Europa, rafforzate dall’elezione del “fenomeno” Trump.

Penso che in questo preoccupante quadro sociale e politico, la crisi della rappresentanza politica assume aspetti strutturali ed è per questo che va ripensato e aggiornato il rapporto tra sindacato e politica. Occorre nel contempo alzare il tiro, il pensiero politico e l’azione, tenere alto il profilo e la prospettiva politica alternativa e di sinistra, se si vuole contrastare l’uscita a destra dalla crisi, come avvenuto già in passato.

Il bisogno di cambiamento e di ridefinizione della rappresentanza, la necessità di “radicalizzare” (andando ai nodi strutturali) l’azione politica e sociale riguardano non solo la politica ma anche noi, il sindacato confederale.

I processi disgregativi, le divisioni presenti nel paese e nel mondo del lavoro ci impongono riflessioni e letture nuove su come e con chi ricostruire le condizioni, i rapporti di forza per riaffermare solidarietà e unità del mondo del lavoro e un'altra uscita dalla crisi che non sia corporativa e nazionalista. Ci interrogano su come agire e interloquire con autonomia nei confronti della politica, dei partiti e della compagine governativa.

Il ruolo politico e sociale della Cgil non è e non può essere sostitutivo della politica. Ma va rafforzata la nostra autonomia e la nostra azione di sindacato generale di rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro. Dobbiamo far rimettere al centro della politica e delle politiche economiche e sociali il lavoro e la sua libertà. Non c'è politica e pensiero di sinistra se non è alternativo al liberismo, se non rivendica un sistema regolato che redistribuisca le ricchezze su scala globale. Non è la crescita di ricchezza dei paesi emergenti o la nascita del lavoro strutturato in quei paesi che provoca la precarietà e l'impoverimento dei lavoratori in Occidente. Il fatto è che nella globalizzazione il capitale si arricchisce e i lavoratori s'impoveriscono perché salta il compromesso tra capitale e lavoro che ha prodotto il welfare, i diritti sociali e di cittadinanza, il diritto al lavoro come fondamento della democrazia. Sappiamo della solitudine, delle difficili condizioni materiali delle persone che rappresentiamo, del distacco, della disaffezione nei confronti di forze politiche, di destra e di sinistra, in particolare nei confronti della sinistra, che non hanno ancora percepito la vastità e la profondità della crisi che attraversa il mondo e il paese. Consapevoli dei pericoli per la democrazia presenti nella regressione culturale, con l’avanzare di un populismo autoritario e di un nuovo totalitarismo sostenuto da parti considerevoli di popolo.

Credo stia qui la frattura tra società reale da una parte, e politica e istituzioni dall’altra: nella crisi di identità della sinistra politica. Senza nascondere che il problema riguarda anche la Cgil. Va rivendicata la giustezza delle nostre posizioni, all’affermazione delle quali abbiamo dato il nostro contributo sia in occasione del voto sul referendum costituzionale che nella campagna sui nostri referendum sociali, strumenti essenziali a sostegno della Carta dei diritti, che ci hanno dato visibilità e riportato il lavoro al centro del confronto politico. Siamo l’unica organizzazione di massa, non corporativa e di rappresentanza generale, che si sta interrogando su come costruire una possibile prospettiva per un’uscita da sinistra dentro a processi di “rinazionalizzazione” del sindacato e di perdita di ruolo della Ces.  Vogliamo uscire dalla crisi da sinistra senza sostituirci alla politica, ma semmai fornendo ad essa e alla sinistra stessa un contributo per la sua riunificazione e riqualificazione identitaria, fuori dalle logiche liberiste.

I referendum e la nostra Carta sono un’occasione da non sprecare. Occorre allargare i confini mantenendo ferme le nostre rivendicazioni e la nostra posizione sul lavoro e sui diritti, sapendo che i referendum sono un pezzo della nostra strategia.

Sui voucher le polemiche e le strumentalità continueranno, cercheranno altre situazioni per metterci in difficoltà: sta a noi mettere in sicurezza l’organizzazione e avere una posizione univoca e non difensiva. La nostra proposta sui lavori occasionali, alternativa agli attuali voucher, è quella contenuta nella Carta dei diritti.

E ormai non sta più a noi fare le mediazioni con le ambigue proposte che si sentono avanzare da parte di certi ministri, in quanto sarà solo la Corte di Cassazione a decidere se le eventuali modifiche approvate saranno tali da rendere superato il referendum. Se anche così fosse, sarebbe comunque un nostro risultato.

Ora siamo già in piena campagna referendaria, e dobbiamo rivolgerci a tutto il paese. Dobbiamo saper trasmettere il messaggio forte che si tratta di referendum per ridare valore e centralità al lavoro, tenendo insieme la dignità e la libertà nel lavoro. Come con la Carta dei diritti, la raccolta di firme sui referendum e la campagna per il No al referendum costituzionale la Cgil, nella campagna per i 2 SI su voucher e responsabilità solidale, deve motivare e mobilitare non solo il proprio insediamento tradizionale, ma la vasta area di quelli che si sentono socialmente esclusi, per ridare a tutte e tutti una speranza di cambiamento delle proprie condizioni lavorative, sociali e di prospettiva. Continueremo così a restare un sindacato generale e non corporativo o di tutela solo di una parte. La campagna referendaria ed altre iniziative – anche di carattere legale in ambito nazionale ed europeo – confermeranno anche che per noi resta centrale, nell’ambito dei diritti del lavoro, la riconquista della tutela reale in caso di licenziamento illegittimo con la riproposizione e l’ampliamento delle tutele previste dall’art.18.

Dobbiamo collettivamente fare in modo che la discussione e il confronto, pur articolati, siano all’altezza della situazione, evitando di attorcigliarci in confronti di carattere congressuale che non colgono gli aspetti strategici e non hanno sufficiente visione verso il futuro.

Serve una discussione non ordinaria, che faccia emergere in modo aperto e con spirito unitario, le differenze “sotterranee” che attraversano la Cgil. Il confronto nel prossimo congresso lo si faccia sul merito, sul ruolo e la funzione del sindacato confederale, sulla sua autonomia nel rapporto con il governo e le sue politiche e nei confronti delle forze politiche della sinistra. Il congresso dovrà affrontare nuove sfide, indicando percorsi e obiettivi e individuando una rinnovata e autonoma proposta strategica dell’organizzazione.

Ora siamo impegnati nella campagna referendaria, ma nel prossimo confronto congressuale di ordine strategico porteremo, come sempre, il contributo collettivo di idee e di analisi di Lavoro Società, nella prospettiva di una sintesi unitaria comune sempre più avanzata.