Piombino, nervi di acciaio per guardare al futuro - di Frida Nacinovich

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Piombino era sole e acciaio. Ora è rimasto solo il sole, e una cittadella siderurgica che la notte assume un’aria spettrale. Le luci si sono spente, funzionano solo i laminatoi quando arriva la materia prima che viene - ironia della sorte - importata da fuori. Ascesa e declino di un luogo simbolo dell’industria italiana, oggi aggrappata ai progetti piuttosto fumosi di un imprenditore algerino, che vorrebbe realizzare un polo agro-alimentare nell’area storica delle Acciaierie, e un forno elettrico a poca distanza per alimentare i laminatoi.

“Ci dobbiamo credere per forza a questo progetto. Altrimenti finiamo in depressione”. Massimo Lami è un operaio siderurgico, entrato in fabbrica più di vent’anni fa. “C’erano i Lucchini, che avevano appena preso a prezzo di saldo le Acciaierie dallo Stato. Le hanno sfruttate fino all’ultimo, poi hanno venduto ai russi di Severstal, che non hanno retto e alla fine hanno reso il complesso siderurgico alle banche creditrici. Per un euro”. Da allora non c’è stata pace per la cittadella dell’acciaio. Le banche hanno portato i libri in tribunale, è arrivato un commissario straordinario del governo che ha preso la sciagurata decisione di spegnere l’altoforno. Il cuore della fabbrica. Addio acciaio.

“Piombino non deve chiudere”: lo striscione ha accompagnato le tante manifestazioni che si sono succedute negli ultimi tre anni, cercando di accendere i riflettori sulla crisi di un intero comprensorio, quello della Val di Cornia. Con migliaia di lavoratori in cassa integrazione, e un indotto devastato. Un’economia assistita, di pura e semplice sopravvivenza, a colpi di ammortizzatori sociali: questa è stata Piombino negli ultimi anni.

La speranza, si sa, è l’ultima a morire. Così un’intera città è aggrappata al progetto di Issad Rebrab, l’imprenditore algerino. “Siamo passati da Lucchini alle banche, nel mezzo il russo Mordashov. Dalle banche al governo, dal governo all’algerino. Con il governo che ha spento l’altoforno”. Massimo Lami allarga le braccia di fronte a un gioco dell’oca senza la possibilità di tornare alla casella di partenza, perché il governo non intende progettare una strategia industriale per la siderurgia italiana.

“Siamo rimasti 2.150 addetti diretti - racconta Lami - tutti con il contratto di solidarietà. Mentre altre migliaia di lavoratori dell’indotto se la passano peggio di noi, il che è tutto dire, perché i loro ammortizzatori sociali stanno per scadere”. Insomma il vento di libeccio che soffia su Piombino non spazza via le nubi sul futuro di quello che era il secondo polo siderurgico del paese, dopo l’Ilva di Taranto. “Io devo credere nel progetto dell’algerino, perché con questo governo di nazionalizzare proprio non si parla. E allora ci attacchiamo a questa speranza”.

Ormai Massimo Lami fa parte della vecchia guardia operaia delle acciaierie, è fra quelli che ne hanno viste di tutti i colori: “Ne racconto solo una. All’epoca dei russi, della Severstal di Mordashov, le colate si ridussero all’improvviso e i debiti aumentarono. Il problema era generale, del gruppo russo, così Mordashov gettò la spugna, andò a Cipro e lasciò le acciaierie nelle mani delle banche finanziatrici per la cifra simbolica di un euro. Il problema era che avevamo 700 milioni di debiti, e 200 di questi era lasciato in eredità da Severstal. Dopo che le banche creditici avevano portato i libri in tribunale, c’è stato un altro disastro. Il governo ha deciso di spegnere l’altoforno, per assecondare le lobby dell’acciaio ci ha tolto l’ossigeno per rimanere vivi”.

La chiusura dell’altoforno è stato il punto di non ritorno per la vecchia acciaieria, solo i laminatoi hanno potuto continuare la produzione, ma a singhiozzo. L’indotto è stato desertificato, un’intera comunità, si parla di 3-4mila persone rimaste senza lavoro. Lami, combattivo tesserato Fiom Cgil, parla senza mezzi termini di un disastro sociale. “Tanti a Piombino se ne sono andati. Operai specializzati, che hanno dovuto cercare lavoro da altre parti. Ora con Rebrab non non ci resta che sperare che nel 2017 ripartano progressivamente le attività. Con un piano industriale che in teoria prevede entro due anni un nuovo forno elettrico. Quando funzionerà quello, nel settore siderurgico potranno lavorare circa 1.300 addetti, gli altri dovrebbero essere dirottati nel polo agro-alimentare. Possiamo solo incrociare le dita, perché alternative non ne abbiamo. Tenendo sempre presente che i padroni restano padroni, vengono per fare soldi”.

La conclusione di Massimo Lami è amara: “A pagare non sono né il governo né l’algerino, siamo sempre noi lavoratori. Quelli più fortunati adesso sono in solidarietà con 1.086 euro al mese”. Piombino spera ancora. Ma quest’anno l’autunno in val di Cornia è davvero malinconico, nonostante le temperature estive.

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