Lavoro pubblico e articolo 39 - di Matteo Mandressi

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L’art. 39 della costituzione italiana, al comma 1, recita: “l’organizzazione sindacale è libera”.

Questo assunto sarà il filo conduttore del mio intervento. Cercherò di spiegare per quale motivo uno dei principi cardine della suprema carta è stato tradito e vilipeso anche dal governo Renzi.

Nel settembre 2014 il ministro della Funzione Pubblica Madia ha portato a compimento, attraverso una circolare attuativa, la compressione delle agibilità sindacali: “taglio dei distacchi e dei permessi retribuiti”.

Un contratto collettivo nazionale quadro, che a tutt’oggi determina nel settore pubblico il montante di permessi e distacchi per le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, ha visto un intervento legislativo a parziale modifica. La libera determinazione delle parti viene così coartata nelle aule parlamentari, senza dare, alle forme di rappresentanza collettiva, alcuna voce.

È in questo quadro, intriso di facile demagogia e populismo, che si reitera il blocco della contrattazione nazionale e si cerca di marginalizzare la categoria che oggi conta il maggior numero di aderenti tra gli attivi.

Difficile non vederci un progetto ben definito, figlio di un ventennio di politiche liberiste, fallimentari nella realtà ma ben presenti nella teorizzazione degli ultimi quattro governi, compreso l’attuale.

Anche il recente impianto di riforma istituzionale sconta la medesima lettura e ripropone, senza soluzione di continuità, la contrazione dell’intervento pubblico a favore delle più varie forme di impresa privata, sia essa sociale o meno.

Ritengo che oggi, in una fase di crisi sociale, politica ed economica, si presenti alla nostra organizzazione, una straordinaria opportunità. Quella cioè di ripartire dal confronto sul rinnovo del contratto nazionale per proporre il nostro modello di stato sociale, ben teorizzato nei recenti anni di involontaria inazione.

Non devono scoraggiarci le difficoltà di contesto, bensì rendere le dimensioni dell’impegno che ci aspetta. Le bozze di lavoro sui tre dei quattro comparti della pubblica amministrazione, funzioni locali, sanità e funzioni centrali contengono, seppur in sintesi, la nostra idea di Stato. Un’idea dalla quale il riconoscimento delle professionalità, del recupero salariale, dell’organizzazione dei servizi, non può prescindere.

Abbiamo almeno tre grossi scogli da superare, nel confronto che si andrà ad aprire con il governo: lo stanziamento di risorse sufficienti, il recupero della piena libertà a contrattare, il totale superamento della legge Brunetta.

Leggiamo, in questi giorni, di una disponibilità a porre in finanziaria un accantonamento di 900 milioni di euro. Ovvio, meglio dei 300 milioni stanziati inizialmente, ma largamente insufficienti per un rinnovo che deve pure tenere conto delle quote stipendiali perse negli ultimi sette anni.

È necessario poi recuperare uno spazio di contrattazione integrativa che negli anni ci è stato negato. Riappropriarci della possibilità di discutere di organizzazione, di organici, di qualità dei servizi, di ordinamento professionale è vitale per estendere il perimetro dell’intervento pubblico.

Dobbiamo definitivamente lasciarci alle spalle la stagione della ri-legificazione del rapporto di lavoro. Il coraggio della Funzione Pubblica Cgil e l’elaborazione di D’Antona permisero, nel 1993, la conquista della privatizzazione del rapporto di lavoro, l’unica privatizzazione che ci piace, come ho spesso avuto modo di dire.

Lì ci conquistammo la contrattazione delle nostre condizioni, la modernizzazione della pubblica amministrazione. Le numerose incursioni legislative, gli interventi ispettivi della ragioneria generale dello stato, devono lasciare il posto alla libera contrattazione.

Infine il necessario superamento della legge Brunetta, figlia di una logica punitiva e falsamente meritocratica.

Questi devono essere i tre capisaldi, da tradurre in un accordo politico, che ci conducano verso un contratto esigibile e dignitoso.

Dopo sette anni le nostre lavoratrici ed i nostri lavoratori aspettano risposte chiare, concrete, che si traducano in tempi certi e in riappropriazione di diritti. Ne va della stessa sopravvivenza di un sindacato di rivendicazione collettiva e di lotta.

La necessaria sintesi che il mio intervento richiede non può permettermi di toccare, se non per titoli, altre criticità e nodi che dobbiamo prepararci a sciogliere.

La prima è quella del contratto di filiera. Oggi abbiamo, all’interno dei nostri settori, una miriade di applicazioni contrattuali, basti pensare alla Sanità Privata. Enumeriamo enti all’interno dei quali, su analoghe mansioni, troviamo due o tre contratti differenti. Questo comporta differenze salariali e normative insopportabili. A medesime mansioni devono corrispondere identiche condizioni, un percorso di ricomposizione non può quindi più essere ritardato.

In questo ambito, e nell’idea di servizi sempre più inclusivi, vanno a calarsi contratti unici di settore o di filiera. La semplificazione dei comparti in questo ci aiuta, ora è il momento di farla vivere nella riproposizione contrattuale.

In ultimo occorre rilanciare una vera politica occupazionale, rimuovendo blocchi alle assunzioni e percentuali ristrette di sostituzioni del turn-over. La gravissima situazione di emergenza sociale che attanaglia il paese, il dissesto idrogeologico, l’allarme ambientale devono vedere nell’intervento pubblico una risposta.

E su questo mi permetto di chiudere con un affondo critico. Dobbiamo riprendere a discutere seriamente di politiche degli orari, della conciliazione vita lavoro.

Ritengo grave che nel 2016 si registri una tendenza agli aumenti delle ore di lavoro pro-capite, risposta macro economicamente sbagliata in un momento di crisi dell’occupazione.

In questo, una riflessione profonda tocca anche alla nostra categoria, soprattutto dove, in contraddizione con tutti i nostri assunti, siamo andati a siglare due accordi nazionali che portano l’orario settimanale da 36 a 38 ore. 

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