
Nel mio paese, era presente un manicomio, uno dei più grandi del secolo scorso. Un grande muro perimetrale lo cingeva, separando coloro che la società non voleva vedere né ascoltare. Con la legge Basaglia del 1978 e la conseguente chiusura del centro, quegli spazi sono stati progressivamente destinati a nuovi usi. In maniera non casuale quel muro serve ora a nascondere nuove categorie di indesiderati: poveri, senza tetto, tossicodipendenti, e più recentemente richiedenti asilo.
È una dinamica antica, quella di confinare/allontanare fisicamente ciò che si fatica ad affrontare socialmente e politicamente. Nel caso specifico, dopo la dismissione del manicomio, alcune strutture al suo interno sono state destinate a ospitare un Centro di accoglienza straordinaria per richiedenti asilo (Cas). Un centro osteggiato dalle campagne mediatiche del centro-destra locale, un centro che nessuno voleva, ma che è bastato mettere dietro a quel “muro” per renderlo invisibile. Si è così riprodotto il meccanismo di esclusione: ciò che prima era follia, oggi è alterità migrante, da allontanare, nascondere lontano dallo sguardo collettivo.
Parto da questo esempio perché, nel piccolo, ripropone le caratteristiche di un processo più ampio che riguarda l’Europa nel suo complesso, e che negli ultimi anni ha assunto una forma strutturata: l’esternalizzazione delle frontiere e la gestione dei richiedenti asilo e dei migranti fuori dai confini nazionali o dell’Unione europea. Ne è esempio l’accordo tra Italia e Albania siglato nel novembre 2023, con la realizzazione sul territorio albanese di due centri di trattenimento e identificazione per migranti salvati in mare da navi italiane, ma che non avranno accesso immediato al territorio nazionale. Nascosti dal mare Adriatico, lontano dagli sguardi e dalle garanzie europee.
Nel caso italiano, l’accordo con l’Albania si fonda su un’intesa bilaterale che aggira le normative europee e, come vedremo, anche le garanzie costituzionali del nostro paese. Due centri sono gestiti dalle autorità italiane in territorio albanese, con personale di polizia e funzionari italiani, ma senza applicazione diretta del diritto d’asilo nazionale. I migranti salvati in mare da navi italiane, escluse le donne incinte, i minori e le categorie vulnerabili, sono condotti in questi centri, in una sorta di limbo giuridico che solleva interrogativi sul rispetto delle garanzie procedurali.
Recentemente è stata la Corte di Cassazione a sollevare seri dubbi sul rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini reclusi nei centri in Albania. I centri di Shengjin e Gjader, recentemente trasformati per decreto in Cpr al pari di quelli di via Corelli, di Gradisca di Isonzo e degli altri presenti sul territorio italiano, violano il principio della richiesta di asilo che, anche secondo il sistema europeo, deve avere una valenza esclusivamente territoriale. Fare domanda di asilo sul territorio di un paese terzo creerebbe discriminazioni, riducendo le tutele e le garanzie previste dalle direttive europee.
Secondo i giudici, l’Albania non offre le stesse garanzie del sistema giuridico italiano ed europeo, né è vincolata agli stessi obblighi. La creazione di una “zona extraterritoriale” a gestione italiana, ma sotto sovranità albanese, rischia di diventare un escamotage per eludere responsabilità giuridiche e politiche. Un muro di cartapesta, dietro il quale nascondere la violazione delle libertà individuali di persone che hanno tutto il diritto di chiedere protezione al nostro paese.
Qui torna il parallelismo tra i vecchi manicomi e i moderni centri di trattenimento dei migranti: entrambi sono dispositivi spaziali costruiti per allontanare e occultare. La differenza sta nel soggetto escluso, non nella logica sottostante. I centri di rimpatrio esternalizzati rischiano di diventare zone opache di diritto, dove i migranti vengono sottratti alla tutela giurisdizionale, mentre l’opinione pubblica nazionale resta rassicurata dalla distanza. Esattamente come i muri perimetrali del vecchio manicomio sono diventati il confine materiale e simbolico dell’esclusione sociale contemporanea.
A livello globale, l’Unione europea e i suoi Stati membri stanno costruendo nuovi muri, delegando a Paesi terzi la gestione di ciò che non vogliono affrontare al proprio interno: la realtà di migrazioni strutturali e sistemiche. Il caso italiano ci offre però anche una preoccupazione maggiore. Molto spesso le “prove generali” sulla violazione o sull’arretramento del diritto vengono fatte sulle categorie più fragili, silenti, escluse e avversate. Oggi si cerca con l’esternalizzazione delle procedure di rimpatrio di togliere delle garanzie nel diritto dei cittadini migranti, aggirando la Costituzione. Un passo pericoloso per tutti.
