
Superare le attuali leggi che producono irregolarità.
Il governo Meloni ha appena dato il via libera ad un maxi decreto flussi che in tre anni (2026, 2027, 2028) annuncia di voler far entrare in modo “regolare” 500mila lavoratori e lavoratrici. La decisione è stata presa su richiesta delle parti datoriali, che hanno indicato al governo i fabbisogni di manodopera in alcuni settori produttivi stagionali e non. Manca, come sempre, un ascolto delle parti sindacali, cifra ormai identitaria di questo governo.
Si tratta del secondo decreto flussi pluriennale che l’attuale esecutivo emana. Il primo prevedeva quote di ingresso per 452mila persone per gli anni 2023, 2024 e 2025, segno della presa d’atto che il tema della mancanza di manodopera è reale. Ma lo strumento così com’è rimane del tutto inadeguato.
Già la campagna di ‘Ero Straniero’ nel 2023 aveva evidenziato in modo dettagliato tutte le storture dei decreti flussi, a partire da un iter burocratico così farraginoso che, nonostante le richieste inviate durante il “click day” siano state superiori alle quote previste, solo meno del 10% di contratti di lavoro è andato a buon fine.
Il dramma sta nel fatto che tantissimi lavoratori, spesso pagando intermediari e truffatori, una volta arrivati nel nostro paese scoprono che quel posto di lavoro non è più disponibile e, pur avendo il visto, non possono lavorare in modo regolare in altre aziende, neppure dello stesso settore. Quindi vengono reclutati per essere sfruttati nei settori più disparati della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura, al turismo, eccetera, restando invisibili e senza alcun diritto.
Quindi, il decreto flussi, che sarebbe pensato per gli ingressi regolari, per la maggior parte si trasforma in soggiorni del tutto irregolari. Questo non significa che i flussi non vadano bene, ma servirebbe una elasticità maggiore sia di apertura a tutti i settori produttivi sia, vista anche la non imputabilità al lavoratore della mancata assunzione, la possibilità di accedere ad altri posti di lavoro regolari, usufruendo di un permesso di attesa occupazione o comunque a percorsi di regolarizzazione in presenza della disponibilità ad un posto di lavoro.
Continuiamo a pensare che sul tema migratorio occorra un radicale ribaltamento di visione, che dismetta una volta per tutte la criminalizzazione del fenomeno e introduca, come primo atto, la regolarizzazione delle persone già presenti nel nostro paese che, nonostante la propaganda del tutto fallimentare e onerosa dei rimpatri o della esternalizzazione delle frontiere, continuano a essere presenti in gran numero, tenuti ai margini e preda dei caporali e degli sfruttatori, se non assoldati dalla microcriminalità.
Inoltre, il decreto flussi non tiene conto del problema abitativo: dove vanno a stare questi lavoratori una volta arrivati nel nostro paese? Il problema dell’alloggio e della residenza, come quello dei documenti di soggiorno legati al lavoro uniti alla restituzione del debito contratto per arrivare in Italia, sono i principali indici di vulnerabilità dei migranti. Quasi sempre l’abitazione viene messa a disposizione dal datore di lavoro o da chi per lui, e rappresenta non solo un onere ma anche un elemento di ricattabilità che pone il lavoratore in perenne soggezione nei confronti di chi gli da lavoro e alloggio.
Da anni ormai ribadiamo l’urgenza di rivedere sia il sistema dei flussi che le leggi che regolano il permesso di soggiorno, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, che hanno contribuito a porre il migrante in condizione di non regolarità nel territorio nazionale. Occorre prevedere un permesso di soggiorno ad hoc di attesa occupazione, rimuovendo gli attuali limiti temporali.
Se il permesso di soggiorno lo sleghiamo dal contratto di lavoro rendiamo meno ricattabile il lavoratore, che si può svincolare da un rapporto di lavoro per cercare un’altra occupazione che gli dia maggiori garanzie e stabilità, senza perdere la possibilità di rimanere in modo regolare nel nostro paese.
La sfida per un sindacato confederale come la Cgil, che affonda le sue radici nel riscatto dei lavoratori più sfruttati, sta proprio nel condividere e portare avanti queste istanze con tutto l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori. Il messaggio dovrebbe essere che là dove si producono minori diritti di cittadinanza si apre la strada allo sfruttamento: questo meccanismo abbassa i diritti non solo a chi lo subisce in prima persona, anche a tutta la classe lavoratrice e al sistema sano delle imprese.
