Tutto sarebbe cominciato il 7 ottobre 2023. Anzi l’8, all’indomani della strage perpetrata dai miliziani di Hamas che ha provocato la morte di oltre mille tra israeliani ed israeliane.

Il giorno successivo, il governo dello Stato ebraico, presieduto dal leader del partito di destra Likud, metteva in atto una rappresaglia criminale e genocida contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, un unicum anche questo nella storia di quel conflitto. Ma se nel primo caso di un fatto straordinario si è trattato, confinato in quella terribile giornata, la morte di decine di migliaia di gazawi, crimine tuttora in corso, è solo una tragica puntata di una repressione iniziata il 15 maggio del 1948 che, salvo miracoli, rischia di continuare ancora per decenni.

In quella data, ogni anno, il popolo ebraico e israeliano festeggia la fondazione dello Stato d’Israele, mentre i palestinesi la ricordano come la “nakba”, la catastrofe. Infatti in quei giorni e mesi oltre 800mila palestinesi furono espulsi dalla loro terra, costretti ad una diaspora sia all’interno del territorio palestinese che negli altri Paesi arabi, in particolare in Giordania e Libano.

Ma la “nakba” non è mai terminata e il responsabile di questo disastro umanitario è il “sionismo”, un’ideologia con una forte componente nazionalista ebraica, con tratti anche liberali e socialisti, affondando però le sue radici nella religione, tratto via via sempre più evidente nella misura in cui la componente democratica e di sinistra è andata scomparendo.

In un primo momento la sinistra mondiale si lasciò affascinare dall’esperienza dei “kibbutz”, comunità agricole dove il lavoro collettivo ed egualitario sembrava essere di ispirazione socialista. Ma dietro questo specchietto per le allodole si nascondeva ben altro.

Il sionismo – il nome fa riferimento al monte Sion, che sovrasta Gerusalemme, e al concetto di “terra promessa” – nasce nel 1895 grazie al giornalista austro-ungarico Theodor Herzl, inviato quell’anno a Parigi per seguire l’affare Dreyfus, incentrato sull’accusa, antisemita, di tradimento e spionaggio a favore della Germania mossa contro l’ufficiale ebreo dell’esercito francese Alfred Dreyfus.

I pogrom in atto allora nell’Europa dell’Est diedero fiato a questa ideologia che aveva il compito di mettere al sicuro gli ebrei in quella che appunto veniva considerata la “terra promessa”. Nel primo congresso sionista del 1897, a Basilea, vennero tracciate le linee guida che avrebbero dovuto portare alla colonizzazione della Palestina, in quanto terra di origine del popolo ebraico.

Ma sarà nel 1917, con la Dichiarazione di Balfour, ministro degli Esteri britannico, che si pongono le basi della nascita dello Stato ebraico, accelerata nel dopoguerra dalla tragedia della Shoah.

Lo slogan dei sionisti, “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”, fa capire chiaramente che tipo di approccio ebbero gli aspiranti israeliani nei confronti della popolazione locale. Solo qualche sionista illuminato mise in guardia, invano, dal fatto che lì qualcuno ci abitava già da secoli.

Per riassumere sinteticamente le caratteristiche del sionismo vale la pena leggere le considerazioni di Fayez Sayegh, diplomatico, studioso e insegnante arabo-americano scomparso nel 1980. Nel suo libro “Il colonialismo sionista in Palestina”, sostiene che le tre caratteristiche distintive di ciò che definisce lo “Stato Sionista di Insediamento” sono: la sua identità e condotta razziale, la sua dipendenza dalla violenza e la sua posizione espansionistica. “Sessant’anni dopo – dice Louis Allday di InvictaPalestine, testata del Centro di Documentazione sulla Storia, Cultura, Tradizioni della Palestina – nel bel mezzo del genocidio in corso a Gaza e della dilagante violenza espansionistica sionista in Cisgiordania, Libano, Siria e oltre, sarebbe un eufemismo definire lungimiranti l’opera di Sayegh e le sue conclusioni. Con notevole chiarezza il suo libro demolisce una serie di miti dannosi sul Movimento Sionista e sulla Colonia di Insediamento da esso fondata, miti che purtroppo rimangono prevalenti a diversi decenni di distanza, persino tra coloro che si considerano sostenitori della causa palestinese”.

Per questa ragione, l’ipocrita slogan dei “Due popoli, due Stati” non poteva e non può avere alcuna possibilità di trasformarsi in realtà, come dimostrato anche dall’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin, ucciso nel 1995 da un estremista di destra per aver firmato nel 1993 con Yasser Arafat, leader dell’Olp, un accordo che doveva portare appunto alla nascita dello Stato palestinese. Oltre ai palestinesi ne hanno fatto le spese il Libano, la Siria, la Giordania, l’Egitto, lo Yemen e l’Iran. L’idea di un patriottismo ebraico alla base della nascita del sionismo va superata. Come e quando avverrà sarà la Storia a deciderlo.

Ilan Pappé, storico israeliano antisionista, è paradossalmente ottimista: “Prima del ‘48 musulmani, cristiani ed ebrei vivevano insieme. Penso che buona parte delle persone sarebbero felici di avere una vita normale”.