In Israele, escludendo i palestinesi, la maggioranza dei lavoratori migranti proviene da paesi poveri e sottosviluppati, che hanno l’obiettivo di guadagnare e sostenere le famiglie rimaste in patria. Il loro impatto sul mercato del lavoro locale ha creato un rapporto ambivalente da parte dei sindacati, divisi tra la difesa dei lavoratori israeliani e la tutela dei diritti di tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro origine. Dal 2009 Histadrut, il sindacato storico, ha deciso di ammettere i lavoratori stranieri al suo interno, garantendo loro pieni diritti sindacali, inclusa la possibilità di votare e candidarsi alle cariche interne. Questa decisione, presa nonostante l’opposizione di alcuni gruppi, mira a migliorare le condizioni lavorative e contrastare lo sfruttamento.

Oltre ad Histadrut, in Israele i lavoratori migranti sono tutelati da organizzazioni come Koah LaOvdim o Wac-Maan, che uniscono lavoratori migranti, palestinesi e precari israeliani.

Seguendo le ricerche sul tema dell’organizzazione Kav LaOved, possiamo indagare com’è cambiata la situazione di questi lavoratori dopo l’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre che ha coinvolto anche alcuni di loro, finiti per essere rapiti.

L’emergenza bellica ha portato a un aumento significativo del numero di lavoratori stranieri nel paese, passando da circa 110mila prima della guerra a un obiettivo di 330mila. Questa espansione è avvenuta senza una pianificazione adeguata, senza consultare i sindacati e generando gravi conseguenze per i lavoratori migranti, già vulnerabili, e per il mercato del lavoro israeliano nel suo complesso.

Uno degli effetti immediati dell’attacco di Hamas è stato il blocco dell’ingresso dei lavoratori palestinesi, che costituivano una parte consistente della forza lavoro in settori chiave come l’edilizia e l’agricoltura. Questo ha creato un vuoto che il governo israeliano ha cercato di colmare accelerando gli arrivi di lavoratori migranti da paesi come India, Sri Lanka, Malawi e Nepal, spesso attraverso canali di reclutamento non supervisionati e privi di tutele.

La fretta nel reclutamento ha portato all’arrivo di lavoratori poco qualificati, non sempre adatti ai settori di destinazione, ed ha riacceso fenomeni di sfruttamento come il mancato pagamento dei salari e condizioni di vita e lavoro disumane. Molti di questi lavoratori hanno pagato migliaia di dollari a intermediari per ottenere il visto, finendo in una spirale di debiti che li ha resi ancora più dipendenti dai datori di lavoro e meno inclini a denunciare abusi. Numerosi lavoratori agricoli ed edili sono stati impiegati in zone di confine, esposti al fuoco dei razzi senza adeguate protezioni o informazioni su come comportarsi durante gli attacchi. Alcuni sono stati feriti o uccisi, mentre altri sono stati costretti a lavorare sotto la minaccia costante delle ostilità, senza possibilità di rifiutarsi per timore di perdere il salario o essere rimpatriati.

Le sistemazioni abitative sono spesso inadeguate, con sovraffollamento, mancanza di servizi igienici e strutture precarie, aggravate dall’assenza di un piano governativo per gestire l’alloggio di un numero così elevato di nuovi arrivati.

Un altro problema emerso è la difficoltà per i lavoratori migranti di cambiare datore di lavoro, una limitazione che li espone ad ulteriori rischi di sfruttamento. In settori come l’edilizia e l’agricoltura molti si trovano legati a datori di lavoro abusivi, senza la possibilità di trovare alternative legali, costretti a scegliere tra sopportare condizioni inaccettabili o cadere nell’illegalità, lavorando in settori non autorizzati e rischiando l’arresto e la deportazione. La mancanza di meccanismi efficaci per facilitare il passaggio tra datori di lavoro, unita alla barriera linguistica e alla scarsa conoscenza dei propri diritti, ha reso la situazione ancora più critica. Inoltre le agenzie private che dovrebbero facilitare il loro impiego spesso li abbandonano a se stessi.

I sindacati stanno provando a fare pressioni per tutelare i lavoratori migranti. Alcune organizzazioni come Ma’an Workers’ Organization e la Workers’ Rights Clinic dell’Università di Tel Aviv hanno collaborato con Kav LaOved in azioni legali per contestare le decisioni più regressive, ma il loro impatto è stato marginale a causa dell’esclusione dai processi decisionali.

Mentre i datori di lavoro e le lobby industriali hanno avuto accesso diretto ai ministeri competenti, i sindacati e le Ong sono stati sistematicamente tagliati fuori, come dimostrato dalla mancata pubblicazione dei verbali delle riunioni del Comitato che ha gestito l’aumento delle quote di lavoratori migranti. Invece di lavorare per un reclutamento regolamentato della forza lavoro, l’istituzione di meccanismi di collocamento e controlli più severi per i datori di lavoro, il governo israeliano sembra aver scelto la strada di un’immigrazione temporanea e deregolamentata, dove i lavoratori sono trattati come “pezzi di ricambio” usa e getta.