
Il Cspi (Consiglio Superiore della Pubblica istruzione) è l’organo tecnico-scientifico e di garanzia che, lo dice il nome, viene da lontano, dai tempi in cui il ministero si chiamava ancora della Pubblica istruzione e il mondo della scuola nella sua rappresentanza diretta era ritenuto un valore. Infatti resta l’ultima frontiera che tutti i provvedimenti in via d’approvazione devono obbligatoriamente affrontare. Il Cspi esprime pareri non vincolanti, il ministro può non seguirli, ma se lo fa deve esplicitare il perché, e dopo il vaglio del Cspi non può apporre modifiche alternative (salvo Consiglio di Stato).
L’assemblea è composta attualmente da trentasei membri di cui metà elettivi: ogni comparto del mondo scuola, ovvero tecnico amministrativo, docente e dirigente, compone e vota le proprie liste su base nazionale. L’altra metà invece è di nomina ministeriale diretta o su designazione di altri soggetti: scuole private e paritarie, Cnel, Opera Montessori, Regioni, Province e Comuni.
La discussione interna è difficile perché i provvedimenti polarizzano le opinioni già nel loro impianto. Così è stato per ogni singola questione, ma in particolare per le nuove indicazioni nazionali per Infanzia e Primo ciclo: un documento di cui il mondo della scuola non sentiva alcuna necessità (ne avevamo uno ancora validissimo del 2012), e che ha iniziato a far parlare di sé già dalla prima stesura pubblicata in bozza. Al Cspi è arrivata in valutazione la seconda stesura, che aveva accolto molti dei contributi arrivati nel corso delle varie audizioni, ma ci sono state due sezioni intoccabili e intatte: la premessa culturale e la storia.
Dalla discussione del Cspi è uscito un documento molto critico, a cui persino la maggioranza non è riuscita a tributare un parere positivo ma si è limitata a chiosare con un diplomatico “il parere così si sostanzia”. Era venerdì e già di domenica il ministro rendeva noto che avrebbe modificato le indicazioni in accordo alle proposte, ma non in merito all’insegnamento della storia, perché non riteneva ostative quelle osservazioni. Da cosa abbia evinto che non fossero ostative non è dato sapere.
Ecco in cosa aveva sbagliato il collega stimatissimo professor Raimo: Valditara non è l’elemento debole di questo governo, è l’elemento strategico. Andrà avanti ‘hasta la victoria’ su quelle due parti, in cui si profila non solo il falso contenutistico (esempio, lo sterminio che fu solo degli ebrei e il colonialismo come incontro dell’Occidente con altri popoli), ma anche il costrutto artificiale e artificioso di un’identità occidentale che, se non fosse preoccupante, risulterebbe quasi grottesco.
Preoccupante però, e molto, è l’intento che sta alla base di tutto ciò e che è un po’ il fil rouge che lega i vari soggetti nel partito unico delle armi, ovvero l’esaltazione della difesa. Lo dissero in tanti dai vari palchi e testate non certo di governo, che avremo armi, ma non soldati. Ed ecco che il ministero spiana la strada per tutti con scuole sempre più militarizzate, e contenuti disciplinari sempre più funzionali a creare qualcosa da difendere.
Mentre siamo in attesa del secondo round, ovvero delle linee guida per le scuole cosiddette superiori e del codice deontologico del docente, è partita la ministeriale missiva verso l’Associazione italiana degli editori. Nel mirino un testo di storia di Laterza, considerato fazioso per aver riportato l’informazione in base alla quale Fratelli d’Italia non abbia mai preso le distanze dal fascismo e citato a supporto un’inchiesta di Fanpage. Questo sta accadendo.
Chi scrive è profondamente convinta di una cosa: l’evidenza sconfesserà qualunque tentativo manipolatorio. Laterza scrive la verità e sull’Occidente favoloso ogni angolo del mondo, oggi visibile in tempo reale, mostrerà l’incongruenza.
Quando costruirono l’italianità raccontandosela sull’impero romano, spacciarono a Mussolini, appassionato violinista, uno strumento – dicevano – appartenuto a un tal Antonio Vivaldi. Piccolo particolare, il prete rosso era sparito dai radar dell’attenzione del mondo dalla fine del ‘700 e ricomparso di recente. Questo è per dire che il rapporto che aveva una grande massa di popolazione, non istruita o istruita sulla base di categorie altre, con la propria storia, era assai differente rispetto al substrato umano e di comunicazione di questa nostra epoca.
Ma restiamo vigili, perché la lotta per l’egemonia culturale si sta trasformando in falsificazione e soprattutto in veicolo di disgregazione sociale che è, lo sappiamo, efficace strumento di dominio.
