Il democratico Stato di Israele impedisce, oltre al cibo e all’acqua, anche l’accesso alla stampa internazionale non ‘embedded’ nella Striscia di Gaza. Così le foto e i video che documentano la catastrofica situazione in quel lembo di terra sono realizzati da fotografi, cronisti e videomaker palestinesi che lavorano spostandosi tra le macerie e sotto le bombe, soffrendo la fame e la sete come il resto della popolazione. E spesso a costo della vita: sono 230 i giornalisti uccisi dal 7 ottobre 2023 ad oggi dall’esercito israeliano.
Alla fine l’agenzia francese Afp, familiarmente chiamata France Press, ha denunciato una realtà che, a memoria, non ha precedenti. E le altre grandi agenzie di stampa mondiali Reuters e Associated Press si sono unite all’appello, al pari della radiotelevisione inglese Bbc: “Siamo profondamente preoccupati per i nostri giornalisti a Gaza che sono sempre più incapaci di sfamare se stessi e le loro famiglie. Per molti mesi, questi giornalisti indipendenti sono stati gli occhi e le orecchie del mondo sul campo. Ora si trovano ad affrontare le stesse terribili circostanze di coloro che stanno seguendo”.
I giornalisti che si rifiutano di essere megafono degli eserciti, da sempre sopportano privazioni nelle zone di guerra. Questa volta però si è arrivati al punto di non ritorno, mentre sono bloccate da mesi fuori da Gaza tende, cibo, integratori alimentari, farmaci salva vita e articoli per l’igiene. Solo gli aiuti di Oxfam coprono 75 ettari, come 101 campi di calcio, senza contare quelli stoccati in Egitto e in Giordania. In questo contesto, sono una goccia nel mare i 120 camion che, dopo lunghe insistenze, nell’ultima domenica di luglio sono stati fatti entrare nella Striscia dal democratico Stato di Israele. Quanto ai lanci paracadutati di cibo, la memoria va alla fantascienza distopica del film “1997, fuga da New York” di John Carpenter.
