Lo sciopero alla Lidl non è una novità assoluta. Già nel 2018 avevamo scioperato contro l’applicazione del contratto nazionale di Federdistribuzione, costringendo l’azienda a tornare sui propri passi e aderire al più vantaggioso contratto di Confcommercio. Lo sciopero del 18 luglio scorso, però, per tutte e tutti noi ha avuto un sapore diverso: più intenso e forte, sentito nella testa e nella volontà di ognuno.
Ma perché abbiamo scioperato? Certamente la trattativa per il rinnovo del Contratto integrativo aziendale (Cia) è il motivo scatenante, il principale argomento che ha determinato la dichiarazione di sciopero e la mobilitazione in atto. Ma la partecipazione è stata così massiccia ovunque perché le ragioni che ci hanno mosso sono molto più profonde: potrei dire con una parola sola, per la nostra dignità.
La trattativa per il rinnovo del Cia prosegue da diversi mesi e sembra non volersi sbloccare: le proposte aziendali sfiorano l’offesa (quando non la scatenano proprio) e riguardano soprattutto il premio di risultato ed il welfare aziendale. Una azienda che produce utili in maniera continua ed in costante aumento ritiene di affidare i riconoscimenti economici a chi è protagonista di questi risultati, noi che lavoriamo, proponendo un premio dal valore irrisorio ed un welfare economico affidato a buoni spesa di poche decine di euro che in realtà costano ancora meno alla società: una vergogna!
Lidl, oltre che fare utili enormi, spende tantissimi soldi in sponsorizzazioni sportive: strano non ci siano i soldi per i propri dipendenti. Ma la cosa che più di ogni altra ci ha motivate e motivati allo sciopero sono le condizioni di lavoro: part time che in realtà lavorano più di 40 ore settimanali, organici ridotti ad un livello tale che perfino il rapporto con la clientela è compromesso (nel mio negozio ci sono stati episodi di violenza verbale, ed una volta perfino fisica, nei nostri confronti), la salute di molte colleghe e colleghi è compromessa a causa dei ritmi lavorativi (io sono anche rappresentante per la sicurezza e devo registrare diversi problemi fisici legati all’avanzare dell’età e delle condizioni di lavoro pesantissime), gruppi whatsapp che, invece di essere un semplice strumento di lavoro che facilita i processi operativi quotidiani, diventano un mezzo per esercitare pressione sulle persone, sempre coinvolte 24 ore al giorno nel lavoro. Una cosa che mi fa sempre riflettere è il fatto che noi siamo costretti a concepire il nostro tempo libero come recupero psicofisico, tanto arriviamo stremati alla fine delle nostre eterne giornate di lavoro.
La partecipazione allo sciopero è stata ampia e numerosa: l’ho già detto, ma lo ripeto perché ripenso ai primi anni della mia vita sindacale in azienda. Allora – sono passati quasi venti anni – eravamo pochissimi ad essere iscritti al sindacato. Era difficile riuscire a convincere le colleghe ed i colleghi dell’importanza di avere un sindacato forte in azienda. Poi, nel mio caso, fui costretta a fare causa all’azienda e la vinsi: li ci fu una prima svolta, con la vittoria nella causa e la presa d’atto di molti colleghi che la lotta, anche quando personale ed individuale, paga. Poi ci fu la vicenda del contratto Federdistribuzione. In occasione del primo contratto siglato con Federdistribuzione, che modificava l’assetto contrattuale di chi lavora nella grande distribuzione organizzata, facemmo uno sciopero che costrinse la Lidl a fare marcia indietro e aderire al contratto del terziario (lo scrivevo in apertura di articolo).
Quell’esperienza ci ha insegnato definitivamente a lottare ed agire per i nostri diritti; oggi raccogliamo i frutti di questi anni di lavoro ed una adesione, su base nazionale, allo sciopero dell’80% è un successo enorme. Speriamo che questa partecipazione sia premiata dal risultato negoziale su cui lavoreremo ancora insieme nei prossimi mesi.
La lotta paga, il coraggio premia ancora di più: sono felice di raccontare una giornata come quella del 18 luglio oggi. Ripenso ai clienti che hanno espresso solidarietà alla nostra vertenza, ripenso ai colleghi sorridenti durante il presidio di fronte al negozio, ripenso al negozio chiuso per diverse ore a causa dell’impossibilità di mantenerlo aperto. Ripenso che aver fatto sciopero per la nostra dignità sia vincente, qualunque cosa accada adesso (naturalmente un buon contratto è il nostro fine) perché tutti insieme abbiamo creato una cosa che troppe volte diventa solo uno slogan: la solidarietà tra lavoratrici e lavoratori.