In un progetto di convergenza culturale, il Collettivo di Fabbrica degli operai ex Gkn – assieme a un gruppo di lavoratori dell’industria del libro (la casa editrice Alegre), alla Società operaia di mutuo soccorso Insorgiamo e all’Arci di Firenze – hanno creato un evento internazionale di riflessione sull’immaginario letterario della classe lavoratrice. Non si tratta di un atto passivo di consumo culturale: piuttosto, di un atto politico di partecipazione attiva, di un uso pubblico della letteratura, qualcosa che va già oltre l’atto di giustizia poetica. Il nostro festival cerca di ricostruire spazi di giustizia sociale con la letteratura in un mondo tremendamente ingiusto.
Nello Statuto dei lavoratori c’è scritto che gli operai hanno diritto alla cultura. Non solo alla formazione professionale ma al violino, al clavicembalo, ai ditirambi, agli endecasillabi, ai prosimetri. Al palco, al teatro, al romanzo-mondo. A quella bellezza che ci viene privata ogni giorno da chi ci obbliga a fare lavori che rubano ogni tempo e ogni energia.
Il Festival di Letteratura Working Class si configura quindi come il tentativo di un gruppo oppresso, gli operai dell’ex Gkn, di intervenire sull’uso pubblico della letteratura, che è una cosa che storicamente è stata appannaggio delle classi borghesi, più o meno elitarie, piegandolo verso le necessità della loro vertenza.
Col protagonismo operaio del Collettivo di Fabbrica abbiamo costruito un evento letterario dentro le contraddizioni vive di una mobilitazione operaia e di una lotta sindacale. A volte diciamo che in questo modo facciamo incontrare la letteratura e la lotta di classe, ma la realtà è forse più complessa: la lotta di classe è ovunque e attraversa quindi anche la letteratura. Solo che lo fa in forme che sembrano neutrali, invisibili, e quindi non viene percepita.
Noi invece proviamo a fare questa lotta in maniera esplicita e dal basso, costruendo e mobilitando un pubblico non a partire dal successo di marketing di un genere o di un’opera ma dalla solidarietà popolare attorno a una mobilitazione sindacale. Credo che nessuno prima di noi abbia fatto queste due cose assieme: un festival della classe operaia per la classe operaia (la parte di cura, nel senso anglofono di ‘care’); e una forma di lavoro culturale radicale che costruisse un’audience, un pubblico, per una letteratura di cui fino a dieci anni fa tutti i critici e i recensori italiani avrebbero negato l’esistenza. Creando al tempo stesso margini di manovra nell’immaginario per una lotta sindacale.
Attraverso questo festival quindi non vogliamo titillare il senso di superiorità morale dei lettori colti e nemmeno cooptare i poveri alla mensa dei ricchi. Noi scrittori e scrittrici working class potevamo metterci a mangiare le briciole che cadono dal tavolo dei padroni alla mensa dell’editoria, ma abbiamo dignità e preferiamo dettare noi le condizioni in cui i nostri libri devono circolare: vogliamo crearci un pubblico nel mondo del libro capace di trasformare il mondo fuori dai libri, capace di aprire spazi di riflessione nel mondo reale, dalle comunità cittadine periferiche alle grandi città gentrificate.
Con la letteratura working class allora proviamo a fare cose che la letteratura mainstream, percepita come neutrale ma di fatto prodotta da élite privilegiate, idealiste e borghesi, non riesce a fare: riflettere sui rapporti tra letteratura e conflitti sociali, alimentare con la scrittura un immaginario che sia emanazione dei gruppi di lavoratori e lavoratrici subalterni; intrecciare la tradizione dell’operaismo italiano con l’opera di Mark Fisher, di Antonio Gramsci e con la pedagogia degli oppressi. E ancora: prendere dalle mani della borghesia la letteratura e farla convergere con lo sciopero, la più potente risorsa a servizio della classe operaia, per inventarsi un ‘lit strike’, uno sciopero letterario: che non sono gli scrittori che fanno sciopero, ma gli operai che usano la letteratura (di classe operaia) per rivendicare i propri salari e i propri posti di lavoro.