
A proposito dell’articolo di Simon Arambourou sulla versione italiana di “Le Monde Diplomatique” giugno 2025.
Abbiamo letto con grande soddisfazione l’articolo “Capitalizzazione: miti e falsità”, di Simon Arambourou, pubblicato su Le Monde Diplomatique con ‘il manifesto’ del 12 giugno scorso. Finalmente un intervento che esce dagli schemi dell’ortodossia pensionistica a cui ci siamo ormai quasi tutti rassegnati.
Tuttavia riteniamo che l’importanza dell’articolo, pubblicato su una rivista francese e riferito alla situazione francese, possa sfuggire al lettore italiano e apparire come un problema tecnicistico che, in ogni caso, poco ci riguarda.
Per questo auspichiamo che l’argomento possa essere ripreso e approfondito – anche direttamente nelle pagine del ‘manifesto’ – proprio riguardo al caso italiano, per rilanciare e rivendicare il sostegno al sistema a ripartizione che da noi è stato progressivamente smantellato, anche nel senso comune, come la causa primaria del dissesto dello Stato, grazie a una campagna mediatica battente e continua.
Gli argomenti non mancano. Anzitutto un po’ di storia, per dimostrare che il sistema a capitalizzazione non è assolutamente innovativo, ma era già stato abbandonato per la sua incapacità di garantire le condizioni di vita dei pensionati. La pensione non è un fatto privato, ma un fatto sociale. Rappresenta un patto di solidarietà tra le generazioni in cui ogni individuo non parte da zero, ma viene allevato, cresciuto e si trova ad agire in un mondo già funzionante ad opera delle generazioni che lo hanno preceduto. Il sistema a ripartizione mette correttamente in evidenza questa interdipendenza, basata sulla ricchezza materiale prodotta (case, scuole, ospedali, ferrovie, ma anche idee, insegnamento, scienza, arte) di cui non abbiamo consapevolezza. Il sistema a capitalizzazione oscura tutto ciò e non esiste alcuna certezza che la borsa e il mercato possano garantire sempre al risparmio di sfociare in una ricchezza aggiuntiva: guerre, inflazione, crisi e truffe finanziarie in passato lo hanno azzerato.
Parlare di ricchezza materiale prodotta in contrapposizione all’accumulazione di denaro, conduce ad inquadrare il problema, con Marx, in termini di valore d’uso e valore di scambio, soddisfazione di bisogni o compravendita di merci, proprietà comune o privata. Arambourou si domanda: “Marx avrebbe applaudito a questa adesione forzata al capitalismo delle borse? O alla sostituzione della solidarietà che oggi lega le generazioni con un’altra tra pensionati ed azionisti?”.
C’è poi il tema della demografia, l’aritmetica che condannerebbe il sistema pensionistico all’insostenibilità per l’invecchiamento della nostra società e la scarsa natalità. Questa tesi non considera diversi elementi che la contraddicono. Le pensioni non sono soldi buttati al vento, ma ritornano in circolo con la spesa dei pensionati, in termini di domanda aggregata per alimentazione, sanità, trasporti, turismo e molto altro: creano cioè posti di lavoro. I giovani iniziano a lavorare a 25 anni e devono essere mantenuti fino a quell’età: usando la stessa aritmetica, la diminuzione delle nascite costituisce semmai un risparmio di spesa pubblica. La disoccupazione giovanile dimostra poi che il problema non sta nelle nascite, ma nella mancanza di lavoro.
Qui si pone il tema centrale dell’aumento della produttività: l’attività svolta dai molti lavoratori di ieri e dai pochi di domani non è qualitativamente uguale. Oggi disponiamo di strumenti sempre più potenti ed efficaci, ed è necessario un numero minore di lavoratori per produrre la ricchezza che ci serve. E’ assolutamente fuorviante valutare la sostenibilità del sistema pensionistico in base al confronto aritmetico tra numero di pensionati e numero di lavoratori attivi. L’innovazione tecnologica gestita dai proprietari dei mezzi di produzione, anziché liberare l’uomo dalla fatica, ha provocato l’espulsione del lavoro vivo dal processo produttivo, cioè disoccupazione e sovrapproduzione, in un circolo vizioso di crisi che dura da cinquant’anni e che il sistema capitalistico sa risolvere solo con le guerre.
Tornare a parlare di sistema a ripartizione è quindi un ottimo punto di partenza per un’analisi critica complessiva della nostra società, in cui è messo in discussione lo stato sociale nel suo complesso: l’insieme dei diritti conquistati e scritti nella Costituzione non può e non deve essere condizionato dalla crescita infinita del Pil.
