
E’ scomparso Goffredo Fofi, maestro elementare, educatore, critico, fondatore di riviste. Uno degli ultimi grandi conoscitori del dopoguerra italiano, delle sue culture e movimenti. Un maestro che aveva seguito la trasformazione del paese ed era sempre attento a coglierne novità, regressioni, violenza.
Goffredo – che ho frequentato e con cui ho collaborato in varie riviste ed iniziative per 25 anni – amava lavorare e lo faceva solo per passione. Di solito ci sentivamo alle 6,30 o alle 7 del mattino e ci davamo appuntamento per un caffè ed uno scambio di idee su articoli o questioni di attualità. Verso quell’ora lui cominciava a lavorare, a scrivere articoli, recensioni, gestire contatti e reti. La sua ultima attività era molto più giornalistica ed editoriale. Ma il suo percorso nasce come maestro volontario con Danilo Dolci in Sicilia. Aveva poco più di 18 anni e andò a seguire l’alfabetizzazione dei più umili alla periferia di Palermo. Partecipava ai celebri scioperi alla rovescia organizzati da Dolci, in cui i disoccupati facevano lavori socialmente utili.
Lavorava gratuitamente, sostenuto dalla Chiesa Valdese locale e da diverse personalità che aiutavano Dolci. Tra queste Lucio Lombardo Radice, che scrisse il famoso articolo per l’Unità sul delitto d’alfabeto quando Fofi fu allontanato dalla Sicilia perché, secondo le autorità, insegnava senza percepire stipendio. Era un giovane brillante, che viveva nelle baracche con i suoi studenti. E fu subito accolto nella Torino operaia degli anni ‘50 con una borsa di studio del centro Gobetti.
La Torino dei grandi intellettuali fu la sua Università, tra questi Raniero Panzieri ed il giro attorno alla rivista Mondo Operaio. Goffredo divenne anche maestro ma la sua era una vocazione sociale e culturale senza fine.
Legato alla Sicilia, nella sua mansarda torinese accoglieva moltissimi migranti siciliani che arrivavano in città per lavorare. Divenne l’occasione per scrivere – commissionata da Einaudi e da Panzieri – la prima inchiesta sull’immigrazione meridionale a Torino. Un saggio degno di Hobo di Anderson, che fu immediatamente censurato da Einaudi e snobbato dal Pci. Il lavoro operaio era concepito in modo ortodosso e la povertà, l’umiliazione, lo sfruttamento degli operai non erano ancora temi cruciali. Il bel documentario ‘Suole di Vento’ di Rai Tre racconta bene il suo percorso professionale, che è pian piano diventato ampio e articolato.
Goffredo guardava lontano e per farlo animava anche gruppi e riviste. Cercava talenti e li sosteneva. Si nutriva delle parole dei giovani e si annoiava velocemente dei vecchi, degli agiati, di chi non avesse una prospettiva rivoluzionaria o almeno di cambiamento dell’esistente. Con questo metodo ha avviato molteplici iniziative culturali in tutti i campi (teatro, cinema, grafica, arte). Distribuiva conoscenze che raccoglieva nei suoi continui giri d’Italia e connetteva persone e pratiche. Le sue riviste, – a partire dai Quaderni Piacentini, pezzo cruciale di cultura italiana – erano accademie di persone diverse (educatori, operatori sociali, registi, attori, giornalisti, scrittori, ricercatori) che insieme provavano a ragionare sui tempi e sul da farsi. Minoranze attive, presenti, critiche e possibilmente rompipalle.
La sua passione rimaneva sempre il sociale. Aveva lavorato al piano Ina casa al Quadraro a Roma come assistente sociale nei ‘60, come maestro elementare alla Mensa dei bambini proletari di Napoli, da lui ed altri fondata, nei ‘70. E quando non poteva lavorare direttamente aiutava gruppi a costituirsi, ne seguiva il lavoro, faceva formazione alle persone attiviste.
Si è scritto che è morto in povertà. In realtà non è vero. Aveva una rete di relazioni di persone dai 18 ai 90 anni che lo aiutava e sosteneva. Aveva piccoli guadagni dagli articoli che continuava a scrivere per molte testate nazionali, lavorando con metodo dall’alba ogni giorno. Continuava ad avere collaborazioni con Radio Tre e case editrici importanti, come Feltrinelli. Era amato e stimato da moltissime persone che non esitavano a dargli una mano quando necessario, anche se di solito lo facevano per le sue riviste e non per lui. Viveva in modo semplice non francescano, non voleva essere agiato. Quando aveva più soldi li “investiva” per sostenere qualche giovane talento. La moglie di Totò, Franca Faldini, gli lasciò del denaro. Goffredo con lei aveva ridato dignità all’immagine e alla storia artistica del principe della risata. La Faldini lasciò scritto a Goffredo di usare questi soldi per sé e non per aiutare giovani o riviste. Non so come sia finita.
So che alla cerimonia funebre c’erano centinaia di persone che non avevano parole. Da lui avevano ricevuto affetto e ‘bastonate’ quando perdevano passione e visione. Persone che, non avendo un familiare a cui portare condoglianze, erano tutte una comunità che sentiva solo di doversi abbracciare. Del resto Fofi ci ha insegnato a camminare senza sosta, resistere, studiare e rompere le scatole al potere. Il tutto fatto anche con l’affetto e la convivialità. Poca retorica e sempre il coraggio e la volontà di co-operare.
