
Per una sera siamo tutti uguali davanti a quel piatto di pasta, lo stesso per tutti, resistenti, antifascisti, convinti che anche così si possano cambiare le cose. Dentro alla stessa speranza che aveva animato i Cervi.
Quando i Cervi in quel 27 luglio del 1943 portano la pasta in piazza a Campegine non sapevano di organizzare un evento che sarebbe diventato anni dopo un simbolo, un riferimento potente per la promozione dei valori democratici e l’impegno antifascista. Come non sapevano – ovviamente – del loro destino e nemmeno che i bagliori di quella festa si sarebbero presto spenti. Infatti, ancora prima dell’8 settembre, della repubblica di Salò e della ripresa della guerra, ci sarebbero stati da lì a qualche ora i morti delle Officine reggiane del 28 luglio 1943, a seguito di una manifestazione pacifista.
Ma in quella giornata e nelle ore appena dopo la caduta del governo di Mussolini era festa. Sembrava che tutto fosse finito: venti anni di dittatura, tre anni di guerra, miseria, sopportazione e soprusi a opera di un regime violento e prevaricatore. Perché non festeggiare? E perché non farlo con una azione eclatante, inclusiva e comunitaria, intorno a un piatto di pasta?
Ci sono alcuni elementi che a posteriori mettono in evidenza l’originalità di questa decisione. Anzitutto quella di portare la pasta in piazza, e cioè di occupare quella dimensione che nel ventennio aveva perso la sua identità di spazio pubblico, che veniva così recuperata attraverso la ‘chiamata pubblica’ della pastasciutta. Una chiamata pubblica che dunque rovesciava letteralmente il significato di quelle organizzate durante il ventennio, funzionali alla propaganda di regime.
La riappropriazione avviene con l’offerta di un piatto di pasta. Un ribaltamento della miseria e della fame provocato dalla guerra e prima ancor dai sacrifici chiesti per sostenere le politiche espansioniste del regime. Pasta contro la miseria e pasta per una nuova cittadinanza, richiamando le antiche pratiche della ospitalità che si esprimeva con l’offerta del cibo, provando a colmare anche così un baratro di venti anni in cui ogni pratica di condivisione era saltata o perseguitata.
Marco Cerri, in un saggio dedicato alla pastasciutta dei Cervi, dice che quello non era piatto tipico del territorio. Non la pastasciutta (probabilmente maccheroni). La tipicità era invece il condimento, burro e formaggio, i prodotti delle stalle che erano stati preziosi, quando c’erano, per la sopravvivenza, resi disponibili per la pastasciutta dei Cervi dalla latteria cooperativa di Caprara di Campegine.
Marco Cerri aggiunge anche che la pastasciutta offerta con molta probabilità aveva il significato di una restituzione alla comunità del relativo benessere che i Cervi avevano conquistato, grazie alle migliorie e alle innovazioni introdotte nella coltivazione e nell’allevamento. E può anche essere che la valenza di questa coraggiosa iniziativa fosse politica, una alternativa alla impossibilità a organizzare delle manifestazioni. Ma quello che alla fine rimane è il gesto originale, l’avere creato una occasione per provare a ristabilire un sentimento del collettivo che era stato svuotato, perseguitato, punito. Davanti alla pasta come bene comune, e dunque doppiamente sovversiva, sappiamo anche che i Cervi non lesinarono gli inviti, rivolti anche alla parte avversa.
Sappiamo che la festa non sarà seguita dalla pace auspicata. Bisognerà aspettare tanti anni prima che questa pratica venga ripresa e si consolidi.
Un primo cenno alla pastasciutta è nel libro di Arrigo Benedetti del 1946. Dopo alcuni accenni successivi, anche in uno scritto di Italo Calvino, bisognerà attendere il 1955, con il libro di Renato Nicolai che raccoglie la testimonianza di Alcide Cervi “I miei sette figli”, per avere informazioni più dettagliate. “Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo, ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore”, dirà papà Cervi.
È negli anni ‘80 che la pastasciutta viene riproposta. Non in piazza, ma nello spazio davanti alla Casa diventato Luogo di memoria. Segno evidente che negli anni non era stata dimenticata. Non dalla famiglia dove si era generata; non dalla comunità che risponde alla chiamata pubblica organizzata dall’Istituto Cervi, nato nel 1972 per gestire e promuovere il patrimonio di storia e memoria dei Cervi attraverso la ricerca e lo sviluppo della Casa-Museo.
Altro segno evidente è che non si tratta di una mera rievocazione, ma è invece l’emersione di una pratica che aveva resistito nella memoria diffusa in sottotraccia, e che stava generando un simbolo.
Viene anticipata la data: se infatti è ormai acquisito che i Cervi portarono la pasta in piazza a Campegine il 27 luglio, a due giorni dalla caduta del governo di Mussolini (annunciata nella serata del 25 luglio), la rinata pastasciutta viene anticipata al 25 luglio, recuperandone la dimensione storica e dunque consolidandola dentro al calendario civile.
All’inizio è distribuita sull’aia di Casa Cervi, in un clima festoso che richiama dal suo riavvio centinaia di persone. E’ la festa dei Cervi, che si prepara a diventare una pratica di comunità, assumendo le caratteristiche di una tradizione, di un rito quasi, che tramanda valori e idealità, riconfermandoli e attualizzandoli nel presente. E’ una pratica di democrazia e di antifascismo, rafforzata anche dalle iniziative che la accompagnano, richiamando già sui primi palchi rappresentanti della cultura, delle istituzioni, del mondo associativo.
Attualmente, nel corso della serata, vengono anche assegnati i premi del Festival di Resistenza, il Teatro civile che anima gli spazi di Casa Cervi dal 7 luglio, aggiornando ogni anno con proposte sempre crescenti il linguaggio della memoria, con lo sguardo ai giovani.
Ovviamente non più organizzata dalla famiglia, sono i volontari che insieme all’Istituto Cervi la organizzano, la distribuiscono, assumendosi nel tempo anche qualche libertà, nel cambiare ad esempio il classico condimento.
La crescita della partecipazione sposta la sua sede: dall’aia di Casa Cervi al podere dietro la Casa, dove è ancora oggi.
La crescente partecipazione sollecita circa quindici anni fa la nascita di una rete, dove sono raccolte le sedi diffuse in tutta Italia della pastasciutta, che disegnano una geografia dell’iniziativa ma anche la geografia di una pratica dell’antifascismo, nel segno quasi di una militanza.
Quella pasta che nel 1943 aveva significato anche un rovesciamento della miseria e della fame, rappresenta oggi, fra le altre cose, anche una liberazione dall’eccesso imposto dall’economia del consumo e del superfluo, un ritorno all’essenza, dei valori ma anche del contesto contadino in cui la pastasciutta nasce.
Per una sera siamo tutti uguali davanti a quel piatto di pasta, lo stesso per tutti, cittadine e cittadini resistenti, antifascisti, convinti che anche intorno a un piatto di pasta, allo stesso piatto di pasta, si possano cambiare le cose. Dentro alla stessa speranza che aveva animato i Cervi.
