
Vittoria della lunga lotta dei contadini del Karnakata.
Il 9 luglio scorso l’India si è fermata. Secondo i promotori, 250 milioni di lavoratori hanno aderito allo sciopero nazionale, “Bharat Bandh”, indetto dalla piattaforma Central Trade Union (Ctu), che riunisce le principali sigle sindacali del Paese, per protestare contro le riforme economiche del governo Modi. Lo sciopero è stato proclamato da un forum di dieci sindacati nazionali, che hanno presentato al governo un documento con diciassette richieste. Hanno aderito oltre 5mila sezioni sindacali aziendali e territoriali e decine di milioni di lavoratori, nonostante le minacce del governo secondo cui i lavoratori in sciopero avrebbero potuto perdere il posto di lavoro.
Tra le richieste dei sindacati, la cancellazione dei contratti di lavoro a termine, l’annullamento del programma di apprendistato Agnipath, l’orario di lavoro giornaliero di otto ore massime. I sindacati affermano che le politiche economiche del governo hanno aumentato la disoccupazione, fatto salire i prezzi dei beni essenziali, diminuito i salari e tagliato le spese per il welfare. Hanno anche sottolineato la crescita delle diseguaglianze e l’aumento delle difficoltà sia per le fasce più povere della popolazione che per la classe media.
La mobilitazione ha paralizzato trasporti pubblici, attività industriali e servizi in numerose città, con manifestazioni pacifiche ma determinate in tutto il territorio nazionale. Al centro della protesta ci sono i quattro codici del lavoro introdotti tra il 2019 e il 2020: Code on Wages, Industrial Relations Code, Occupational Safety, Health and Working Conditions Code e Social Security Code. Secondo i sindacati, queste riforme favoriscono le grandi imprese a scapito dei lavoratori, aumentando la precarietà, riducendo le tutele e limitando il diritto di sciopero.
Tra le misure contestate, l’aumento dell’orario lavorativo fino a 12 ore giornaliere, la flessibilità nei licenziamenti, la riduzione dei controlli sulla sicurezza e l’esclusione dei lavoratori informali dai benefici previdenziali. “Queste politiche non modernizzano il Paese, lo impoveriscono,” ha dichiarato un portavoce della Ctu, sottolineando che il 93% della forza lavoro indiana è occupata nel settore informale e rischia di restare senza protezione.
Il governo Modi difende le riforme come necessarie per attrarre investimenti e stimolare la crescita, ma i dati mostrano un aumento della disoccupazione e una crescente disuguaglianza.
Lo sciopero, che ha visto la partecipazione di contadini, operai, impiegati pubblici e lavoratori del settore bancario e minerario, è stato definito dai sindacati “il più partecipato degli ultimi anni”.
Nello Stato dell’Odisha (vicino al West Bengala, 40 milioni di abitanti) migliaia di aderenti al Centre of Indian Trade Unions (Citu), sindacato legato al Partito comunista indiano, hanno bloccato l’autostrada nazionale intorno alla capitale Bhubaneswar. Nello Stato del Bihar (al confine col Nepal, 100 milioni di abitanti, uno dei più popolosi e poveri dell’unione indiana) i manifestanti hanno occupato i binari nello snodo ferroviario di Jehanabad. Analoghe manifestazioni nel West Bengala, dove tutti i treni sono stati bloccati. In Kerala, nel sud del paese, lo sciopero ha visto un’adesione quasi totale, con le principali attività sospese e i negozi chiusi al 90%, mentre marce di protesta attraversavano le città.
Secondo i giornali, banche, trasporti, uffici postali e uffici pubblici sono stati i settori a più alta partecipazione. Ma l’impatto dello sciopero generale è stato diverso a seconda degli Stati. Le autorità definiscono minimo l’effetto nella capitale New Delhi e nel cuore commerciale Mumbai, mentre in Kerala, West Bengala e Tripura, dove è più forte la presenza dei partiti e dei sindacati comunisti, l’adesione è stata molto alta. Calcutta (West Bengala), tradizionale roccaforte del movimento sindacale, è risultata completamente paralizzata con un’adesione allo sciopero pressoché totale.
Alla vigilia, i sindacati hanno respinto le promesse del governo che, in un estremo tentativo di evitare lo sciopero, aveva annunciato il contenimento dell’inflazione, l’estensione dell’assicurazione sanitaria a tutti i lavoratori e la creazione di 50 milioni di posti di lavoro.
Allo sciopero hanno partecipato anche tutte le associazioni dei contadini del Karnataka (oltre 60 milioni di abitanti, capitale Bangalore) che da quasi milleduecento giorni lottavano incessantemente contro l’acquisizione forzata, con il pretesto dello sviluppo industriale, di migliaia di ettari di terreno in tredici villaggi rurali, gettando sul lastrico centinaia di famiglie di piccoli coltivatori. Migliaia di agricoltori e lavoratori, radunati al Freedom Park di Bangalore, avevano respinto, il 4 luglio, la proposta di “mediazione” del primo ministro dello Stato Siddaramaiah che, finalmente, aveva incontrato i leader del movimento. Ma dopo lo sciopero, il 15 luglio, il primo ministro del Karnakata è stato costretto a capitolare, stracciando le ingiunzioni di requisizione delle terre.
