Dopo decenni caratterizzati da progressi lenti e ostacoli persistenti nelle negoziazioni, la firma dell’Accordo di Parigi nel 2015 aveva suscitato grandi speranze per un’azione climatica condivisa. Da allora sono passati altri dieci anni, e crisi globali come la pandemia Covid, guerre, inflazione hanno nuovamente oscurato l’emergenza climatica.
Eppure, la situazione è sempre più grave: le emissioni di gas a effetto serra aumentano, la temperatura media della superficie della terra è di oltre un grado più alta rispetto all’inizio della prima rivoluzione industriale. Eventi estremi, ondate di calore e siccità mettono quotidianamente a serio rischio il nostro benessere economico e sociale. Tra il 2010 e il 2019 sono state emesse in media 59 miliardi di tonnellate di Co2 equivalente all’anno. Questo rappresenta un incremento del 54% rispetto al 1990, anno in cui fu firmato il Protocollo di Kyoto con l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas a effetto serra; più del 40% delle emissioni totali prodotte dal 1850 in poi è stato generato dopo il 1990.
Le conseguenze, visibili e pervasive su scala globale, sono più intense sulle popolazioni vulnerabili, in particolare nei paesi a basso reddito che hanno contribuito e contribuiscono meno alle emissioni. A fronte di una media annuale pro-capite di emissioni pari a circa 7 tonnellate di Co2-equivalente (tCo2-eq), nel 2019 ogni abitante dei paesi meno sviluppati era responsabile di meno di 1,9 tCo2-eq.
Nell’America del nord, ogni individuo ha emesso 10 volte di più, ossia 19 tCo2-eq. Ogni anno, la metà più povera del mondo contribuisce per circa il 15% delle emissioni, il 10% dei più ricchi per circa il 40%.
Contenere l’aumento della temperatura sotto i 2°C richiede di (i) raggiungere rapidamente il picco delle emissioni, (ii) ridurle drasticamente entro 2030 e (iii) raggiungere lo zero netto entro il 2070. Tuttavia, le politiche attuali non bastano; ogni ritardo rende l’adattamento più costoso e difficile. Rinnovare l’impegno per promuovere la transizione energetica è dunque una condizione imprescindibile per mitigare i cambiamenti climatici.
Ma la stessa transizione energetica non è priva di rischi socioeconomici. Sebbene le tecnologie a basse o zero emissioni siano in continuo aumento, e il loro costi in rapida diminuzione, la riconversione di settori energivori e l’evoluzione dei processi produttivi mette a rischio produttività e posti di lavoro nei comparti tradizionali. Esiste il rischio concreto che ampie fasce della popolazione e intere regioni restino escluse dai benefici della transizione, se essa non è accompagnata da adeguate politiche industriali, di formazione della forza lavoro, di redistribuzione e di protezione sociale.
In questo contesto, le tecnologie digitali che stanno ridisegnando il modo in cui produciamo e forniamo beni e servizi hanno un effetto dirompente. Da un lato, smart grid, manutenzione predittiva, digital twin e intelligenza artificiale favoriscono l’efficienza energetica e abilitano nuovi modelli di business sostenibili. Dall’altro, la rapida diffusione di dispositivi digitali aumenta la domanda di energia e le emissioni globali. Le tecnologie digitali trasformano anche radicalmente il mercato del lavoro e la società, ma il divario digitale e le dinamiche di precarizzazione spesso amplificano disuguaglianze preesistenti ed escludono i più vulnerabili.
Dato che le decisioni in un ambito di energia e di digitale si influenzano a vicenda, con impatti su lavoro, economia ed equità, promuovere una transizione energetica e digitale equa richiede una regia comune. Il rischio è quello di scenari in cui si raggiunge la sostenibilità ambientale a scapito dell’equità sociale o, peggio, si perpetuano modelli insostenibili sul piano climatico, sociale e democratico. Per questo motivo è necessaria una governance multi livello e partecipativa che coinvolga attori pubblici, privati, società civile e comunità scientifica al fine di orientare tecnologia e investimenti verso obiettivi condivisi.
Quattro sono gli ingredienti fondamentali per raggiungere questo scopo: (1) integrare le agende digitali e climatiche; (2) costruire una governance coerente e adattabile ai contesti locali; (3) rafforzare la capacità delle istituzioni nel monitorare e dirigere le trasformazioni; (4) garantire giustizia sociale e intergenerazionale attraverso investimenti in competenze, protezione sociale e accesso equo ai benefici. Solo così il potenziale delle tecnologie digitali potrà tradursi in un futuro davvero sostenibile, equo e democratico.