Le cronache locali danno notizia di un interessante confronto svolto ad Ancona, “Sguardi sulle Marche”, che ha visto confrontarsi il segretario generale Cisl regionale Marco Ferracuti, il rettore dell’Univpm, Gian Luca Gregori, Roberta Fileni, vicepresidente di Fileni alimentare spa, con le conclusioni del segretario nazionale Cisl, Mattia Pirulli.
Sguardo a tinte fosche, a giudicare dai dati squadernati. Non proprio primizie, a dire il vero: più occupati, ma più poveri. Più laureati, ma più fughe all’estero. Crollano i salari e si moltiplicano i precari. “Eppure l’occupazione cresce”, ci si meraviglia… Nelle Marche salari ancor più bassi, così come i redditi, sotto la media nazionale. E i lavoratori in condizione di povertà assoluta più numerosi rispetto al resto del Paese. Per non dire del dato demografico: in dieci anni spariti 65mila residenti, praticamente una città come Fano.
È in questo quadro che i marchigiani saranno chiamati presto alle urne. Quadro che dovrebbe far riflettere, seriamente, e soprattutto consigliare le energie sane a dare un colpo d’ala per reagire con determinazione, rigore e concretezza.
Invece: “Il vero tema è la produttività”, si è limitato ad affermare il rettore Gregori, cui ha fatto eco il segretario Cisl per ribadire la proposta di un “patto sociale che lega salari a produttività”. A colpire la completa assenza di un’analisi di contesto.
Casualmente ho sotto gli occhi un saggio dell’Ires Cgil Marche di cinque anni fa. Al tempo era toccato al prof Mauro Gallegati esprimere un punto di vista sulla natura della crisi, in particolare sui limiti del modello di sviluppo marchigiano. Ma nulla è cambiato, solo allo sfruttamento del lavoro non si pone mai fine!
L’Istat certifica livelli bassi di disoccupazione. Dato positivo che si scontra però con la produttività del lavoro in calo a fronte di un significativo aumento delle ore lavorate. Paradosso, secondo alcuni Istituti, legato alla diminuzione significativa dei salari reali. Circostanza che ha reso il lavoro più conveniente rispetto ad altri fattori di produzione (energia salita vertiginosamente), spingendo le imprese ad assumere contribuendo all’incremento dell’occupazione. Mentre la flessione della produttività è attribuibile a fattori di natura ciclica, in particolare all’effetto di sostituzione degli input di produzione (lavoro senza investimenti). Calo di produttività che determina un circolo vizioso per la dinamica salariale, destinata ad affossarsi sempre più. In Italia, e nelle Marche.
Una condizione, peraltro certificata dall’Ocse – “Crescita salariale più bassa di tutti i Paesi industriali” – per la quale le imprese trovano assai più conveniente assumere piuttosto che investire nella qualità del prodotto; trasferendo sui prezzi al consumo i listini e riducendo il costo del lavoro. Senza rinnovare i Ccnl a milioni di lavoratori. Che cuccagna per i bilanci delle aziende e per i profitti. Mentre il sistema paese continua a soffrire.
E’ dall’inizio degli anni ‘90 che i salari, in Italia, sono pressoché esclusi dagli incrementi di produttività e a malapena hanno recuperato sull’aumento dei prezzi. È evidente che siamo condizionati da un modello di sviluppo, quel neoliberismo che ha profondamente inciso nel complesso delle relazioni umane, oltre che nell’economia, nella società, nel sentire comune. Tutto continua come prima, più di prima, guai a contraddire il pensiero unico.
Siamo prigionieri del modello di sviluppo che stressa la natura: consumismo sfrenato, sostenuto da un’economia di rapina che depreda le risorse del pianeta, a scapito dell’intera umanità. Si produce e si spreca. Per il mercato innanzitutto. Si muore di eccessi ed abbondanza, mentre moltitudini vivono carestie, ridotte alla fame e alla sete.
“Dobbiamo imboccare una direzione consapevole e democratica, non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l’umanità”, proponeva Enrico Berlinguer quarant’anni fa. Ecco qual è il compito per il sindacato e per una moderna sinistra: sviluppare e adeguare un pensiero nuovo, per contrastare la vera rivoluzione neoconservatrice attuata in questi anni dal neoliberismo.
Usciamo dall’angolo ove siamo accucciati, subalterni, da troppo tempo. Ecco la vera innovazione.