Non è accettabile che il conto di una cattiva gestione aziendale sia pagato da chi in azienda ci lavora, e ci fatica tutti i giorni senza avere alcun poter decisionale.

La notizia si è diffusa in fretta ed è oramai su tutti i giornali, la Zaf S.p.A. la Zentile Arnaldo Fratelli di Zibido San Giacomo (Milano) chiude, dopo settant’anni di storia, così, da un giorno all’altro.
La proprietà, i figli del fratello del signor Arnaldo, il fondatore, hanno deciso di chiudere. “Si comunica alle maestranze che l’azienda apre la procedura di cassa integrazione straordinaria per cessazione attività” e, a fine anno, tutti a casa. Una doccia fredda per tutti i 47 dipendenti. “Ma come? Non eravamo neppure in cassa integrazione ordinaria, sì, non c’era tanta attività, ma fino allo scorso gennaio hanno assunto, hanno preso un nuovo commerciale per rilanciare le vendite, la proprietà ci ha sempre detto che erano qua per noi, che volevano portare avanti l’azienda di famiglia”. “E adesso? Come faccio? non arrivo alla pensione, ma sono troppo vecchio perché mi assumano da un’altra parte, e in così poco tempo. E poi mio figlio mi ha detto che vuole andare all’università. Che orgoglio per me e sua madre, ma ora? Non posso mandarlo”. “Come mantengo la famiglia? Come glielo dico?”.
Queste sono le voci che come sindacato abbiamo raccolto. Il conflitto sindacale è tutto qui, ed è un conflitto che di sindacale, in senso stretto, non ha nulla: è tutto personale, profondamente umano. Prima ancora di essere sociale, di comunità, il dramma che la chiusura di un’azienda provoca è personale, attiene alla vita, alla sussistenza, ai bisogni, ai sogni di ogni persona che vi lavora.
La proprietà da un giorno all’altro ha deciso di chiudere, non ha più interesse imprenditoriale e, dopo aver spremuto per anni l’azienda, sceglie di tenersi i soldi, i tanti soldi che grazie al lavoro di tutti gli operai la proprietà negli anni ha guadagnato, e che ora, in un periodo di crisi, invece di reinvestire parte delle ricchezze accumulate per il bene, oltre che dell’azienda, di quegli stessi operai che l’hanno prodotta, sceglie di tenersi tutto e chiudere. E dei propri dipendenti se ne lava le mani, lasciandoli al loro destino, pensando, sbagliandosi, di non avere alcun obbligo nei loro confronti, di non aver nessuna responsabilità verso di loro.
Ma non è così: l’azienda, ogni azienda, cresce grazie ai propri dipendenti, al lavoro, alla fatica di ognuno di loro, che ogni giorno, per cinque giorni a settimana, straordinari a parte, vi si dedicano. Certo, hanno in cambio uno stipendio, che però non è pari ai profitti che l’azienda ne ricava e non tiene conto dell’investimento che ogni dipendente fa nell’azienda stessa. Perché ogni persona con il lavoro si costruisce la propria vita, e quindi ora di questo investimento, di queste vite, si deve tenere conto. Non è quindi accettabile una sterile comunicazione di “chiusura attività”.
Diversamente da quello che pensano molti, le aziende sono vive, perché si muovono e camminano sulle spalle dei lavoratori che la vivono, ed è per questo che tutti, compresa la proprietà, devono fare ogni sforzo possibile per mitigare l’impatto che la chiusura di una fabbrica ha sulla vita dei dipendenti.
Non è accettabile che il conto di una cattiva gestione aziendale sia pagato solo da chi in azienda ci lavora, ci fatica tutti i giorni ma senza avere alcun poter decisionale, e quindi nessuna responsabilità quando le cose vanno male. Ed è questo invece che è stato detto ai lavoratori della Zaf, pagate il conto e addio. Ma questo, ripetiamo, non è accettabile: non lo accettano i lavoratori e non lo accettano le organizzazioni sindacali, che in ogni sede lotteranno per far valere i propri diritti.