
“Sulla crisi mediorientale l’Europa ha scelto di restare afona. Eppure Bruxelles poteva agire diversamente”. Alessandro Volpi è professore di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. E’ stato sindaco di Massa dal 2013 al 2018 ed è autore di numerose pubblicazioni e articoli sui temi della storia economica e dell’economia contemporanea. Collabora con il mensile Altreconomia, oltre che con il quotidiano toscano Il Tirreno, e fra i suoi ultimi scritti editi da Laterza vanno sottolineati “Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione” del 2023 e “I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia” del 2024.
“Oggi l’umanità deve nuovamente scegliere tra pace e guerra, dialogo e scontro”. Parole di Xi Jinping, che prova a far combaciare l’immagine di potenza che vuole dare della Cina, con una di stabilità e di libero commercio. Con Vladimir Putin il governo cinese ha siglato l’accordo sul nuovo gasdotto Power of Siberia 2, e nei festeggiamenti per gli 80 anni della vittoria sul Giappone la Cina ha manifestato la sua centralità globale. Professore, come giudica la cosiddetta ‘narrazione’ che ha dato di questo vertice l’Occidente?
“Penso che sia miope non prendere atto di un evidente cambiamento degli equilibri, dei rapporti di forza. Non si può continuare a ignorare che quell’incontro, al pari del vertice di Rio de Janeiro dei Brics, vede protagoniste forze economiche che ancora dieci anni fa non avevano legami particolari, e che hanno intensificato le loro relazioni anche per effetto della guerra in Ucraina. Cina e Russia hanno oggi un interscambio commerciale di circa 500 miliardi di dollari, grosso modo più del doppio di quello che c’era prima del 2022. La Cina ha un rapporto commerciale con l’India, che era un paese abbastanza diffidente, se non addirittura ostile nei confronti di Pechino, che si aggira sui 150 miliardi. Non solo questi paesi sono cresciuti moltissimo, ma si stanno integrando economicamente. Non considerare questo dato di fatto è un errore. Come quello, tipico dell’Occidente, di voler isolare queste grandi realtà, che andando avanti di questo passo finiranno per abbandonare qualsiasi ipotesi di rapporto con l’Europa. Piuttosto dovranno fare un po’ più i conti con gli Stati Uniti di Trump. In sintesi il giudizio sull’incontro di Pechino che viene espresso da buona parte del mondo occidentale è lacunoso, per molti versi anche pericoloso”.
Un’Europa mai così divisa fa seguire ai tanti proclami ben pochi fatti. Non le sembra che, a parte i giganteschi piani di riarmo a scapito di welfare e investimenti civili, l’Ue manifesti appieno la propria irrilevanza?
Certo, a mio modo di vedere l’Europa in questo momento è in una fase di profonda crisi. Crisi che ha a che fare con il fallimento di un modello neoliberale seguito nel corso degli ultimi anni, anche degli ultimi decenni. Intanto è una crisi interna, nel senso che è un’Europa divisa nelle sue articolazioni: l’allargamento ad Est, la presenza dei paesi baltici che hanno un forte sentimento anti-russo, la difficoltà di combinare le politiche mediterranee con quelle dei nuovi arrivati, il ruolo della Germania. Tutti elementi divisivi, a cui va aggiunto il fatto che le economie principali sono in difficoltà: la Germania ha una crescita vicina allo zero per cento, la Francia ha una pesantissima crisi dei conti pubblici, l’Italia ha un’economia stagnante. L’avere puntato in maniera così miope sulla guerra in Ucraina ha poi significato un ulteriore indebolimento, perché ha privato l’Europa di una fonte energetica fondamentale come era il gas russo a basso costo, uno dei fattori su cui il vecchio continente aveva costruito la propria fortuna. Ad aggravare ulteriormente la situazione l’assenza di una propria soggettività, che la rende irrilevante agli occhi delle potenze che stanno emergendo. Faccio un esempio, la Cina avrebbe certamente interesse a rapportarsi con l’Europa, ma non sa con chi parlare. Quindi cerca contatti con i singoli governi nazionali, che peraltro, da Macron a Meloni allo stesso Merz, si stanno mostrando dichiaratamente ostili verso queste aperture. Poi ci sono gli Stati Uniti. Donald Trump ha deciso di far pagare i problemi interni a chi non è nelle condizioni di poter dire di no. Ai paesi europei, che hanno costruito la propria economia sulla interdipendenza con gli Usa. I dazi imposti da Washington saranno pesantissimi e schiacceranno ulteriormente l’Europa”.
Il genocidio del popolo palestinese è sotto gli occhi di tutti. Eppure, al di là delle parole di condanna, l’Europa non fa niente per mettere pressione su Israele, e si guarda bene dal farlo anche nei confronti degli Stati Uniti, che appoggiano il governo di Tel Aviv senza se e senza ma. Come valuta questa gigantesca abulia diplomatica? Quale chiave di lettura può darne?
“L’Europa è profondamente divisa, ma con alcune caratteristiche che la accomunano. Ad esempio l’incapacità di condannare in maniera esplicita il comportamento di Israele nei confronti dei palestinesi. All’inizio del secolo l’Unione europea ha firmato un accordo di cooperazione economica con Tel Aviv che prevede esplicitamente, è l’articolo 2, la sospensione dei rapporti in caso di violazione dei diritti umani. Oggi Bruxelles non riesce nemmeno a congelare questo patto, pur sapendo che per Israele gli scambi commerciali con l’Europa sono vitali. Insomma l’Europa avrebbe tutti gli strumenti per avere un ruolo nella crisi mediorientale, ma non lo fa. Perché considera Israele una parte di sé, un pezzo di quel mondo occidentale che dà una lettura puramente terroristica alla questione palestinese. Questo impedisce perfino di usare apertamente il termine genocidio, disquisendo di diritto internazionale in maniera folle. Il caso di Francesca Albanese è di una gravità assoluta, ma l’Europa non si esprime. Eppure Albanese, oltre alle misure sanzionatorie di cui è oggetto da parte degli Stati Uniti, non può aprire un conto bancario in nessun paese dell’Europa, che di fatto risponde senza fiatare alle normative imposte dagli Usa. In altre parole, Donald Trump ha il potere di non fare aprire un conto in una banca italiana. Ecco, quando si arriva a questi livelli di subalternità è difficile immaginare strategie di politica estera alternative, o la semplice possibilità di una reazione”.
Donald Trump si sta inimicando anche l’India, dopo aver imposto dazi del 50% sui prodotti di uno Stato che conta un miliardo e mezzo di abitanti. La giustificazione del presidente Usa è che il governo di Nuova Dehli ha deciso di acquistare, a buon mercato, il petrolio russo. Invece l’Europa acquista il gas americano, che costa quattro volte tanto rispetto al prezzo di vendita nel mercato interno Usa. Non le sembra che, come osserva più di un economista, queste guerre commerciali provochino una pericolosissima instabilità globale?
“Assolutamente sì, ma farei una distinzione. Sono convinto che alla fine gli Stati Uniti non regoleranno in maniera troppo conflittuale il sistema dei dazi verso i paesi che restano fondamentali per la tenuta della loro economia. Penso alla Cina, ma anche all’India. Certo, i dazi nei confronti di Nuova Delhi sono pesanti, ma hanno una grande quantità di deroghe, che riguardano appunto i prodotti che interessano realmente l’interscambio commerciale Usa-India. Non bisogna farsi ingannare da una aliquota al 50%, dobbiamo andare a vedere a cosa si applica. Al contrario, i dazi americani saranno durissimi nei confronti dell’Europa. Un paradosso, visto che noi europei ci siamo impegnati a comprare gas made in Usa per 750 miliardi. Una cifra esorbitante, visto che il record, che risale allo scorso anno, è di 80 miliardi”.
In uno dei suoi ultimi articoli lei sostiene che l’Europa non ha un ruolo internazionale perché ha scelto un modello sbagliato, quello di Mario Draghi. Secondo l’ex presidente della Bce, per tornare ad avere un ruolo internazionale l’Unione dovrebbe trasformarsi in una realtà più unitaria e comunitaria. Dopo più di trent’anni dai Trattati di Maastricht, non le sembra una ipotetica del terzo tipo, quella dell’irrealtà?
“Il progetto di Draghi è sostanzialmente costruito sulla centralità della finanza. Lui vorrebbe sostituire alla finanza americana nella gestione del risparmio una presunta finanza europea. Ma credo sia molto, molto difficile pensare di espellere, o di ridurre il peso dei grandi gruppi finanziari a stelle strisce. Inoltre Draghi ha più volte detto che uno degli elementi su cui dobbiamo puntare è la politica del riarmo. Ma pensare di farlo incidendo sul tessuto economico di molti paesi, e penso all’Italia dove predominano le piccole aziende, non è realistico. Ho anche il timore che le parole di Draghi sul mercato unico e l’abolizione dei dazi interni disegnino un processo nel quale la delocalizzazione produttiva diventerà ancora più forte, per recuperare competitività contraendo il costo del lavoro. Il modello draghiano non servirà a migliorare le condizioni della stragrande maggioranza della popolazione europea, quella con i redditi medio bassi. Un grande limite, che è poi quello del disegno neoliberale”.
Professore, auguriamo buon vento alla Sumud Flotilla che sta portando aiuti umanitari a Gaza. L’umanità naviga verso la Striscia, la politica resta a terra.
“Speriamo che non ci siano ritorsioni da parte degli israeliani. Sarebbe inaccettabile”.
(6 settembre 2025)
