“Gaza è parte integrale di uno Stato palestinese e deve essere unificata con la Cisgiordania. Non deve esserci occupazione, assedio, riduzione territoriale o spostamento forzato”. Il principio sancito dalla Dichiarazione di New York di fine luglio è stato fatto proprio dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che lo ha approvato con 142 sì, 10 no e 12 astensioni. Solo Israele e Stati Uniti, Ungheria, Argentina, Paraguay e alcuni microstati del Pacifico meridionale hanno votato contro, a favore hanno votato compattamente gli altri 26 Stati dell’Unione europea, compresa l’Italia.
L’Assemblea generale, dove il 23 settembre è previsto l’intervento di Donald Trump, ospiterà in quei giorni la Conferenza sulla soluzione dei due Stati per la questione israelo-palestinese, e in quell’occasione ai 147 paesi che già riconoscono la Palestina si aggiungeranno fra gli altri Francia, Australia, Belgio, Canada, Finlandia, Malta, Portogallo e Regno Unito.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua a dire che non esisterà mai uno Stato palestinese, e il governo di Tel Aviv ha commentato che la “Dichiarazione di New York è vergognosa, incoraggia Hamas”. Eppure nel documento è scritto che “nel contesto della fine della guerra a Gaza, Hamas deve cessare di esercitare il proprio potere sulla Striscia e consegnare le armi all’Autorità palestinese, con il sostegno e la collaborazione della comunità internazionale, conformemente all’obiettivo di uno Stato di Palestina sovrano e indipendente”. Mentre per il dopoguerra si profila il dispiegamento a Gaza di una “missione internazionale temporanea di stabilizzazione”, sotto mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Un Consiglio dove peraltro potrebbe essere decisivo ancora una volta il voto degli Stati Uniti, rimasti di fatto l’unico sponsor del governo Netanyahu in uno scenario di completo isolamento di Washington rispetto al resto dell’Occidente.
