
Il 28 agosto scorso 30mila operatori e operatrici della sanità pubblica hanno scelto il digiuno come forma di protesta contro il genocidio in corso a Gaza. A loro si sono unite associazioni, cittadine e cittadini. Per la Cgil hanno aderito la Fp nazionale e la Cgil Toscana; da nord a sud, si sono succedute alcune Camere del Lavoro e alcune categorie.
La mobilitazione è nata dal basso, in modo spontaneo e autorganizzato, da operatori e operatrici della Asl Toscana nord ovest, di Pisa, città dove è morta Marah, la giovane palestinese che è arrivata in Italia fortemente denutrita. Il governo Netanyahu ha accusato il Servizio sanitario nazionale di aver contraffatto la diagnosi. Ma non ce l’ha fatta a nascondere la verità. La voce della sanità pubblica ha ancora un gran valore.
La solidarietà si estesa come un’onda di camici bianchi e bandiere della Palestina fuori dagli ospedali e dai presidi sanitari. Migliaia di foto con il cartello: #Digiunogaza contro il genocidio. Dopo il Covid è stata la prima vera testimonianza di forza, di universalità e di unione del Ssn che qualcuno dava già per “spacciato”. Digiunare non è stato un atto spirituale o simbolico, ma un’azione politica che parte dai corpi: rinunciare al cibo per dire no alla complicità.
La staffetta del digiuno è iniziata il 29 luglio. In poche ore le adesioni sono cresciute, da decine a centinaia, per arrivare a 30mila il 28 agosto. Tutte le componenti del Ssn hanno risposto.
Per chi ha scelto la cura ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania viola qualsiasi valore fondamentale. Chi opera nel Ssn non può rimanere in silenzio di fronte al genocidio di Gaza. Non per una ragione astratta, ma per la natura stessa del nostro lavoro: ogni giorno siamo chiamati a difendere la vita, la salute, l’integrità dei corpi. Tacere significherebbe tradire quel patto, ridurre la cura a una procedura tecnica, dimenticare che ogni gesto sanitario è anche un atto politico e umano. La distruzione deliberata di ospedali, ambulanze, farmacie non è un incidente di guerra ma un attacco alla possibilità stessa di cura, alla sopravvivenza collettiva.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) più di 1.600 sanitari sono stati uccisi a Gaza; ospedali e ambulanze distrutti, farmacie svuotate, intere comunità private dei servizi essenziali. Non si tratta di un “effetto collaterale”: colpire la sanità significa colpire la possibilità stessa di riproduzione sociale. Il digiuno, quindi, come forma di lotta e di denuncia dei legami materiali (forniture di armi, accordi commerciali, contratti farmaceutici) che rendono anche il nostro Paese parte del meccanismo di oppressione. Un richiamo alla responsabilità collettiva di chi lavora in sanità: difendere la vita anche sul piano politico.
Tre sono le richieste. Al governo: sospendere le forniture militari, pretendere cessate il fuoco e l’apertura di corridoi umanitari. Agli ordini professionali, università, società scientifiche: riconoscere formalmente il genocidio e aderire alla campagna internazionale Stop the Silence. Ai medici, farmacisti, pazienti, Regioni e Comuni: aderire al boicottaggio di Teva, multinazionale israeliana del farmaco, che trae profitti dall’occupazione. Richieste che intrecciano etica e politica. Condannare a parole non è sufficiente, bisogna colpire le complicità economiche e istituzionali.
In questa protesta c’è anche una consapevolezza che ha origini nel femminismo: la cura è lavoro politico. È ciò che tiene in vita comunità e corpi, ed è proprio questa ad essere colpita a Gaza. Lì dove le donne, spesso prime responsabili della cura, vedono distrutta la possibilità di garantire nutrimento, salute, istruzione. Il genocidio si consuma anche cancellando il lavoro riproduttivo, quello che non appare nei bilanci ma che è essenziale alla vita
Quando noi digiuniamo, rendiamo visibile questa connessione: non possiamo curare qui e tacere mentre altrove la cura viene annientata. Gaza è diventata un laboratorio: l’assedio e la guerra producono profitti, armi testate sul campo, contratti farmaceutici, nuove tecniche di sorveglianza. Il genocidio non è solo una tragedia umanitaria: è parte di un sistema economico globale che considera intere popolazioni sacrificabili.
Il digiuno è un atto collettivo di rottura. Ci ricorda che la neutralità è impossibile: o si sta con chi difende la vita, o si è complici. Insieme a Sanitari per Gaza e Bds Italia, la rete Digiuno per Gaza rimarrà fino a che non vi sarà una presa di posizione da parte delle istituzioni e l’interruzione dei rapporti di natura militare, economica e scientifica con il governo israeliano.
(4 settembre 2025)
