“E mi no firmo”: è il titolo della Summer school 2025 di Forum Droghe e Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, dalla famosa frase di Franco Basaglia, pronunciata di fronte al registro delle contenzioni meccaniche nel manicomio di Gorizia. Sottotitolo: “Aprire spazi di libertà per un lavoro sociale anti-oppressivo. Strategie, resistenze, innovazione per i diritti e la giustizia sociale”.

In quel “E mi no firmo” c’è tutto il rifiuto del welfare sempre più oppressivo in cui siamo chiamati a lavorare, e, insieme, lo slancio verso la responsabilità politica, l’accettazione del rischio che critica, disobbedienza, ricerca portano con sé. Ancora più importante e promettente, se si pensa che la platea era giovane, nuovi operatori e operatrici attivi soprattutto nel campo dei consumi di sostanze, della riduzione del danno, del lavoro di strada, ma anche delle migrazioni, dei minori istituzionalizzati, delle e dei sex workers, delle povertà estreme: quel lavoro senza scrivanie, porte chiuse o vigilantes, quello dei dialoghi da marciapiede, quello dell’ascolto non giudicante, quello dei diritti. Giovani che ai tempi di Basaglia non erano nati, ma che con quel “E mi no firmo” hanno trovato immediata risonanza.

Che cosa pesa, oggi, su chi fa lavoro sociale? Che cosa ci ha portati a coniare il termine ‘welfare oppressivo’? Non è il solito tema del ‘controllo’: c’è sempre una componente di controllo nel lavoro sociale, l’altra faccia della promozione sociale e dei diritti. Il welfare del ‘900 è un modo di governare la società, dunque è una mediazione, mirata al duplice, contraddittorio obiettivo di garantire dignità e buone condizioni di vita per i singoli e, insieme, coesione sociale. Insomma una gestione del conflitto sociale: tra capitale e lavoro, dicevamo qualche decennio fa, quando infatti le lotte erano sulle due frontiere, del salario e del welfare, in una tensione continua, più o meno radicale o più o meno negoziale. Le lotte sul welfare non erano solo ‘quantitative’, erano di merito: sul diritto ad accedervi, contro la condizionalità selettiva, sulla qualità, sul diritto di parola su cosa questo welfare dovesse essere.

Oggi la frontiera è un’altra, più dura e, soprattutto, privata di un conflitto sociale in grado di incidere. È la frontiera del passaggio ‘dal sociale al penale’, dove il governo della società si è spostato verso securitarismo, criminalizzazione, espulsione (è infinita la gamma dei comportamenti sociali che cadono oggi sotto il codice penale, e ci sono zone rosse e daspo urbani, esclusione mirata): uno spostamento che invade il lavoro sociale lo piega a mandati impropri e ‘osceni’, se riferiti a promozione, tutela, dignità che stanno (dovrebbero stare) alla base dei nostri mestieri. Il penale e il securitario fanno violentemente irruzione nella relazione che abbiamo con i ‘nostri’ soggetti, una invadenza che rende i mandati del sociale ancillari, costretti a mediazioni che li privano di senso, obiettivi e financo di efficacia.

Ma non è solo il penale che irrompe e corrompe il lavoro sociale: ci sono i paradigmi normativizzanti e correzionali (cosa è, per esempio, una brava madre? Chi lo decide, quale potere?), quelli del giudizio morale (chi decide che usare una droga non è ammissibile, anche se non c’è danno?), quelli che orientano una condizionalità sempre crescente, che fa comodo non solo allo smantellamento del welfare pubblico e alla privatizzazione, ma anche a piegare comportamenti individuali e di gruppi sociali a precondizioni che non mirano più a una negoziazione, ma sono, tout court, imposizione escludente di una normatività imposta. Insomma, c’è una questione basilare di ‘libertà’ che oggi sfida i mestieri del sociale.

Al nostro incontro abbiamo ingaggiato la sfida e ci siamo detti che “il lavoro sociale o è politico o non è”: significa che non rinuncia all’orizzonte della giustizia sociale, alla lotta alle disuguaglianze, alla esigibilità dei diritti fondamentali, al rifiuto del pan-penalismo e del securitarismo classista, razzista e sessista.

Dire “E mi no firmo” è possibile, anche se lo scenario oggi è povero di conflitto: abbiamo deciso di fare rete per avere voce e forza, nuovi collettivi che partono dal lavoro e arrivano dritti al cuore dei dispositivi di oppressione, nuove alleanze con chi questa oppressione la combatte con soggettività diverse. Ci stiamo guardando attorno, per riconoscere chi è con noi: il movimento contro le leggi securitarie, quello antiproibizionista e quello per i diritti umani, i movimenti delle soggettività tutte che il nostro lavoro incontra, quelle del “Nulla su di noi senza di noi”. 

Guardiamo anche al mondo del lavoro, dove portare non solo il tema della precarietà e dei salari bassi dei nostri mestieri, soprattutto nel settore del privato sociale, ma anche la domanda forte di nuove politiche sociali non oppressive, non moralistiche, non selettive.