A Milano l’incontro con Luisa Gonzales.

Per chi pensasse che l’orientamento politico di un governo sia indifferente rispetto alle sorti di un paese, l’analisi della situazione in Ecuador potrebbe essere la prova più evidente della inconsistenza di simile opinione. Questa prospettiva si è resa ancor più evidente nell’importante incontro che si è svolto a Milano lo scorso 25 agosto alla presenza della leader dello schieramento progressista ecuadoriano, l’avvocatessa Luisa Gonzales, appuntamento a cui hanno partecipato centinaia di donne e uomini migranti.

L’assemblea è stata l’occasione per riaffermare, alle numerose delegazioni ecuadoregne provenienti da tutto il nord d’Italia, che la rassegnazione, oltre ad essere la miglior arma utilizzata dalle destre per impedire la creazione di movimenti di lotta e di resistenza è, al tempo stesso, un vero errore prospettico. Il vecchio motto che la lotta paga, che la politica, se correttamente orientata, può incidere direttamente nel tessuto sociale è, infatti, supportata da prove indiscutibili.

La storia, recente, del paese andino ne è l’esempio più lampante. L’Ecuador, guidato dal 2007 al 2017 dall’economista di sinistra Rafael Correa Delgado, ha visto un incremento degli indici economico/sociali che hanno del sorprendente. Il paese, in questa fase, era il secondo, in America Latina, per sicurezza, e il primo per redistribuzione del reddito, per borse di studio e per infrastrutture sanitarie. La strutturazione di politiche che potremmo definire neo keynesiane di sinistra ha effettuato investimenti in politiche sociali del 8,8% sul Pil (il doppio rispetto agli anni precedenti), in politiche sanitarie e di sviluppo quasi triple rispetto al 2006, passando dal 4 al 16,8 per cento.

In particolare, gli investimenti nel settore istruzione sono stati i più alti di tutta l’America Latina e superiori alla media dei paesi Ocse. Come prevedibile si è determinato un aumento del Pil del 1,5% l’anno (in precedenza era dello 0,6%), ma, dato molto meno “prevedibile”, l’aumento di ricchezza non si è indirizzata verso i ceti alti della società. L’indice Gini è crollato dallo 0,55 allo 0,44. Dato ancor più incredibile, la differenza tra il 10% più ricco e quello più povero è scesa di più di dieci punti. Il tasso di povertà sceso del 38% e quello della povertà estrema di quasi il 50%. Il tutto in dieci anni. A fianco degli investimenti pubblici si sono implementate politiche di tutela ambientale che, per la prima volta nella storia, hanno portato a riconoscere la natura come soggetto dotato di diritti costituzionali.

In politica estera si è intrapreso un cammino di dignità, i cui due punti più noti sono stati il non rinnovo della concessione della base militare nord americana in territorio ecuadoregno e l’asilo politico a Julian Assange. Meno conosciuto, ma assolutamente fondamentale, è stato il continuo sforzo per un’integrazione latino americana che superasse vecchie posizioni nazionalistiche nei confronti dei “vicini”, ma subalterne nei confronti di Washington.

Oggi, invece, l’Ecuador è tra i paesi al mondo con i peggiori dati sociali, la povertà assoluta è triplicata, la disoccupazione supera il 70%, la fame è ricomparsa in molte aree e la violenza è talmente radicata e radicale che la prima causa di morte per i bambini è l’omicidio. Il paese è il primo esportatore mondiale di coca e il “paradiso” della ’ndrangheta che ha una propria ‘ndrina a Guayaquil, utilizzando il porto per i propri traffici e le numerose banche per il riciclaggio del denaro sporco.

Ma com’è stata possibile una simile distruzione in così poco tempo? La risposta è semplice: neo liberismo. Finito il mandato del presidente Correa nel 2017, infatti, ha vinto le elezioni il suo delfino Lenin Moreno, il quale, in poche settimane, ha stretto un patto con l’oligarchia economica, ha consegnato Assange al governo inglese perché lo inviasse negli Usa, ed ha iniziato una spietata persecuzione giudiziaria nei confronti del gruppo dirigente progressista.

L’attuale presidente Daniel Noboa, pupillo della famiglia più ricca dell’Ecuador (proprietari del marchio Chiquita nel paese), in un contesto di brogli, guida un governo di estrema destra, il cui primo atto è stato assaltare l’Ambasciata messicana, cosa mai accaduta dal dopoguerra, per rapire l’ex vicepresidente che vi aveva ottenuto protezione diplomatica. Ha ulteriormente accentuato privatizzazioni e repressione, non scalfendo il narcotraffico che terrorizza i quartieri popolari.

L’incontro di Milano è stata una tappa della riorganizzazione del fronte progressista ecuadoregno e, come sempre, l’appoggio e il sostegno della Cgil è stato attivo e fondamentale.