Riprendiamo l’articolo pubblicato sul numero 9/2025 di REDS https://www.lavorosocieta-filcams.it/index.php/en/periodico-reds/reds-n-09-2025/le-mobilitazioni-per-la-pace-e-gli-ostaggi-in-israele-di-agam-mizrahi

Dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 l’opinione pubblica ebraica di Israele era quasi unanimemente schierata con l’offensiva militare, considerata l’unico modo per sconfiggere Hamas e riportare a casa gli ostaggi. Ogni voce critica veniva messa a tacere con l’accusa di tradimento. Con il passare dei mesi, mentre la guerra non portava né alla liberazione degli ostaggi né alla sicurezza con la sconfitta di Hamas, le famiglie dei rapiti si sono organizzate nel Forum delle famiglie degli ostaggi, ed hanno trasformato la loro richiesta di negoziati in un movimento capace di scendere in piazza ogni settimana a Tel Aviv e in altre città del paese. Tutto ciò si è tradotto anche in un constante aumento del sostegno ad un accordo di pace funzionale a riportare a casa gli ostaggi da parte dei cittadini israeliani.

Dentro questa pressione crescente sul governo, è entrata in gioco l’Histadrut (che fa parte della Csi-Ituc cui aderiscono anche Cgil, Cisl e Uil), un sindacato che per decenni aveva rappresentato un pilastro dello Stato e che però, con l’ascesa del neoliberismo nel paese, con il crollo degli iscritti dopo gli anni ‘80 e a causa di rapporti troppo amichevoli con il Likud (partito della destra israeliana) negli anni 2010, era diventato sempre più restio a usare lo strumento dello sciopero per finalità politiche. Già nel marzo 2023, durante le proteste contro la riforma giudiziaria, il sindacato aveva stupito il Paese con uno sciopero generale che in otto ore aveva paralizzato Israele e costretto Netanyahu a ritirare la legge.

L’anno dopo, sotto la pressione delle famiglie degli ostaggi e davanti all’uccisione di sei di loro, l’Histadrut ha provato a ripetere il gesto proclamando nel settembre 2024 uno sciopero nazionale per cessate il fuoco e la liberazione dei rapiti. È stato un evento storico: uffici pubblici e porti chiusi, trasporti fermi, mezzo milione di persone a Tel Aviv, adesione di medici e insegnanti. Dopo poche ore la mobilitazione si è arenata, poiché parte della base operaia vicina al Likud non ha partecipato allo sciopero e il tribunale del lavoro lo ha dichiarato illegale, ordinandone la fine essendo in Israele vietati per legge scioperi generali con sole finalità politiche.

Questa sconfitta ha pesato come un macigno nell’agosto 2025, quando le famiglie degli ostaggi hanno chiamato di nuovo il Paese a mobilitarsi per la pace e il ritorno degli ostaggi. Questa volta Bar-David, il leader dell’Histadrut, ha rifiutato di proclamare uno sciopero politico, ma ha messo a disposizione due milioni di shekel di sostegno e le strutture organizzative del sindacato, invitando le aziende in cui è presente a non ostacolare i dipendenti in sciopero. Il risultato è stato imponente. Due milioni e mezzo di persone sono scese in strada in tutto Israele, mezzo milione solo a Tel Aviv, con blocchi agli incroci, cortei, strade e infrastrutture paralizzate.

Con il tempo le piazze hanno assunto un volto nuovo, almeno in alcune frange minoritarie. Se all’inizio erano animate solo dal grido “riportate a casa gli ostaggi”, nell’estate 2025 cartelli e marce hanno cominciato a esibire le immagini dei bambini palestinesi morti a Gaza, rompendo un tabù che la retorica nazionalista ufficiale aveva imposto per mesi. Migliaia hanno sfilato a Tel Aviv con quelle foto mentre nelle città israeliane a maggioranza araba, come Sakhnin, oltre 10mila cittadini palestinesi ed ebrei hanno manifestato insieme. Anche i rettori di cinque università israeliane hanno preso posizione contro la fame a Gaza, attirandosi l’accusa del ministro dell’istruzione Kisch di “fare il gioco di Hamas”.

In questo scenario la sinistra israeliana cerca di ridefinirsi. L’Histadrut resta lacerato tra una leadership che prova a inserirsi nel fronte anti-Netanyahu e molti comitati dei lavoratori, specie del pubblico impiego, fedeli al governo, mentre movimenti come Stare insieme (“è un movimento progressista di base che organizza cittadini ebrei e palestinesi di Israele contro l’occupazione e per la pace, l’uguaglianza e la giustizia sociale”) tentano di costruire un’alleanza araba-ebraica fondata sull’intersezionalità delle lotte, legando pace, diritti sociali e di genere, colmando il vuoto lasciato dalle debolezze della sinistra israeliana storica.

Infatti, pur presenti nel movimento per la pace e il ritorno degli ostaggi, i sionisti socialisti, fusi dal 2024 in un solo partito, devono fare i conti con una crisi di lungo periodo e con diverse cause, dalla transizione al neoliberismo all’abbandono alle destre del voto operaio, mentre i comunisti israeliani, avendo sempre rifiutato il sionismo, faticano ad attirare il voto ebraico, soprattutto quando si alleano con forze islamiste e nazionaliste arabe ostili al dialogo con le forze sioniste socialiste.