Se n’è andato Ferruccio Danini, militante e dirigente della Cgil e della sinistra. E’ difficile, per me, scrivere di Ferruccio, e non celo la commozione e il dolore, enormi.
A tante persone e compagni dispiace moltissimo, a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo, come testimoniato dal partecipato saluto pubblico in Cgil Novara, con Vincenzo Scudiere e Sergio Negri. Fortuna, poiché è stato davvero un sostegno, una forza, un maestro e un esempio per molti di noi.
Per capire come la stima verso Ferruccio sia stata e sia molto diffusa, prendo a prestito le parole, scritte su un social, da Riccardo Nencini, segretario generale della Cgil fiorentina degli anni ‘90: “Ferruccio è stato un dirigente della Cgil con i fiocchi. Abile nella manovra politica, rispettoso delle idee altrui, convinto delle proprie ragioni ma impegnato sempre a trovare sintesi unitarie. Umanamente una persona gentile ed accogliente, uno dei miei preferiti per il caffè a margine delle riunioni”. Aggiungo solo, come affermato da Scudiere, che è un pezzo della storia della Cgil.
L’ho conosciuto più di trent’anni fa. Eravamo alla fine delle componenti in Cgil, ed ero coordinatore dei delegati nella azienda nazionale dei trasporti dove lavoravo. Assieme a un compagno leggemmo che si sarebbe svolta a Roma una assemblea di trentanove dirigenti della Cgil: un appuntamento in cui si iniziavano ad esprimere idee diverse dalla maggioranza del gruppo dirigente. Era l’alba dell’esperienza di Essere Sindacato, la prima area programmatica in Cgil. Fu in quel momento, in una assemblea pubblica con più di cinquecento delegati, che conobbi il baffuto Ferruccio, che mi ispirò subito una innata simpatia.
Fu lui a prendere i nostri dati, come fanno tutti i bravi organizzatori, per fare l’archivio dei presenti e, in seguito, a ‘coltivarci’. E fu con lui, conclusa Essere Sindacato, che costituimmo, nella seconda metà degli anni ‘90, l’area programmatica dei Comunisti in Cgil. Attraversammo, di seguito e brevemente, l’esperienza di Lavoro Società, e infine, in continuità con l’Area dei Comunisti, quella di Eccoci – Fare sindacato.
Ferruccio era anima e collante di tali esperienze critiche. Con qualche anno più di noi, aveva vissuto il sindacato conflittuale degli anni ‘60 ed aveva l’acume del militante operaio che aveva studiato. Rifuggiva dalle scorciatoie politiciste, chiedeva sempre di stare sull’argomento sindacale di discussione. E faceva bene, pensando ad esempio all’ideazione e prassi della concertazione e della politica dei redditi. Ideazione e prassi, queste, che criticavamo, che avrebbero dovuto essere comunque temporanee anche per Bruno Trentin e Sergio Cofferati, e che sono divenute, invece, una delle griglie quasi invalicabili per lo sviluppo dei salari, degli stipendi, delle pensioni.
Per capire tale principio basilare – partire dal tema sindacale – che Ferruccio tentava sempre di proporre, occorre conoscere la sua storia di militanza. È stato, infatti, per un lungo periodo delegato di fabbrica, inizialmente alla De Agostini di Novara, dirigente territoriale e di categoria, segretario generale della Cgil di Novara, nella Cgil piemontese e dirigente nazionale della Confederazione.
Ha lavorato nella segreteria nazionale dello Spi Cgil. Forte della propria esperienza sindacale, ha saputo avere un ruolo non marginale nella discussione confederale, usando con sapienza il ruolo di presidente del Direttivo nazionale Cgil. E’ stato deputato della Repubblica, nel 1983-87 con il Pci.
Era considerato un compagno di ‘acciaio’. Un militante e dirigente con la schiena dritta. Sapeva avere, come molti che vengono dalla gavetta, un alto senso di realismo e di grande umanità. E lo stimolava in noi, compagni un po’ più giovani.
Rammento ancora quando decidemmo, come Area dei Comunisti, di criticare la politica della ‘contingente necessità’ dei bombardamenti Usa e Nato in Jugoslavia. Ferruccio, in quei mesi, era stato in Jugoslavia e raccontava quel che aveva visto. Disse della barbarie, che il nazionalismo, sia serbo sia croato, stava avvelenando tutti i Balcani. Ma la risposta non era quella di bombardare la Serbia, perché così la distanza dalla risoluzione dei problemi si sarebbe solo allargata. Descrivendo quella catastrofica situazione, seppe disegnare con vivezza i rischi pericolosissimi di quel che stava avvenendo: analisi ancora attuale, visto i rischi che attraversiamo oggi. E attuale l’ultimo lavoro di Ferruccio, sulla memoria storica del movimento dei lavoratori e antifascista. In estate mi spedì i suoi libri, scritti assieme a Sergio Negri. Mi ‘ordinò’, sempre con il suo tono asciutto ma carico di affetto, di fargli sapere la mia opinione.
Non ce l’ho fatta, Ferruccio, a risponderti, ma ho letto i tuoi libri e presto tenterò di scrivere quel che penso del bel lavoro che avete fatto. So che lo leggerai.
Chi si ricorda non muore mai. Ciao, Ferro!