
Singha Durbar, il palazzo del governo, si erge carbonizzato, le imponenti colonne bianche ora nero fuliggine; la casa dell’ex primo ministro Sharma Oli è ridotta in rovina: monumenti simbolici della settimana di inizio settembre in cui il sistema politico nepalese è crollato per mano di un movimento senza leader, guidato da giovani che si definiscono Gen Z.
Il 12 settembre il Parlamento è stato sciolto, l’ex primo ministro è rimasto nascosto protetto dall’esercito, e Sushila Karki ha prestato giuramento, prima donna primo ministro del Nepal, ex presidente della Corte Suprema, paladina della lotta alla corruzione, scelta dagli stessi manifestanti attraverso un’inedita consultazione sulla piattaforma Discord. Per i prossimi sei mesi, prima delle elezioni di marzo, Karki guiderà un governo ad interim senza i partiti che hanno dominato la Repubblica, privi di legittimità agli occhi di molti giovani nepalesi. Karki ha promesso “la fine della corruzione, il buon governo e l’uguaglianza economica”.
Per alcuni commentatori, il Nepal si sarebbe finalmente liberato dalla politica corrotta ed elitaria che ha frenato il paese, seguendo le orme di Sri Lanka e Bangladesh, dove, negli anni scorsi, rivolte guidate dai giovani hanno rovesciato leader consolidati.
In Nepal, dove l’età media è di soli 25 anni, la rabbia stava montando. Gli scandali di corruzione e la persistente instabilità politica – 14 primi ministri in 16 anni – hanno lasciato i giovani con un senso di crescente emarginazione. Nelle ultime settimane, le campagne online con gli hashtag #NepoBaby e #NepoKids, in riferimento al nepotismo e alla corruzione della élite del Paese, hanno iniziato a diffondersi ampiamente su TikTok, X, Facebook e Instagram, con immagini dei figli di alti funzionari che vivevano nel lusso. Il recente divieto governativo dei social media – ufficialmente a seguito del contenzioso con le multinazionali proprietarie delle piattaforme – ha fatto da catalizzatore. Come le proteste per le quote in Bangladesh, che riflettevano la profonda insoddisfazione pubblica, l’atto di bloccare i social media in Nepal è stato il punto di svolta che ha portato alla rivolta giovanile, brutalmente repressa da parte delle forze di sicurezza, che hanno causato la morte di almeno 72 persone.
Nonostante le rimesse delle centinaia di migliaia di giovani costretti ad emigrare abbiano in qualche modo tenuto a galla l’economia, la disuguaglianza continua ad aumentare, con un divario crescente tra aree urbane e rurali. Secondo la Banca Mondiale, il 20% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, e il reddito del 10% più ricco è più di tre volte superiore a quello del 40% più povero. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha raggiunto il 22,7% e quella complessiva il 12,6%. E’ cresciuta tra i giovani la frustrazione e disillusione nei confronti del governo.
Ora il Nepal si trova in una fase cruciale. L’incapacità della sinistra di consolidare i propri successi e di trasformare le aspirazioni della rivoluzione del 2006 in strutture sostenibili di democrazia e giustizia sociale ha creato un vuoto precario.
L’instaurazione della democrazia nel 2006-2008 ha segnato una pietra miliare. La presa del potere statale sotto la guida comunista aveva riacceso la speranza per la sinistra. Ma i tre principali partiti del Nepal – il Congresso, il Partito Comunista (Marxista-Leninista Unificato) e il Centro Maoista – hanno ingaggiato una continua lotta per il potere che non ha portato a miglioramenti significativi nella vita quotidiana dei cittadini. I governi a guida comunista hanno dovuto affrontare conflitti interni, instabilità e frammentazione, con il risultato di disattendere le aspirazioni popolari.
Nel 2018, l’unificazione tra il Cpn (Uml) e il Centro Maoista nel Partito Comunista Nepalese, con la leadership congiunta di Sharma Oli e dell’ex leader maoista Prachanda, suscitò speranze in una maggiore stabilità e capacità di risposta ai bisogni della popolazione. Ma nel 2020, la crisi politica raggiunse l’apice e il primo ministro Oli annunciò bruscamente lo scioglimento del Parlamento. Scoppiarono grandi proteste di piazza e alla fine la Corte Suprema ripristinò il Parlamento. Anche l’unità del Partito Comunista Nepalese ebbe vita breve, con una scissione che ripristinò i due partiti originari.
I governi sono stati oggetto di forti critiche, a causa di vari scandali di corruzione. Un fattore chiave dell’erosione della fiducia pubblica è stata la gestione della pandemia di Covid19: servizi sanitari inadeguati, insufficiente approvvigionamento dei vaccini e corruzione nella distribuzione degli aiuti.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno costantemente accusato il governo di usare la forza contro pacifici manifestanti e di incapacità di tutelare i diritti delle minoranze etniche e delle comunità Dalit.
Nel 2022, il trionfo nelle elezioni a sindaco di Kathmandu del candidato indipendente Balen Shah, rapper e figura estranea ai partiti, aveva già innescato un profondo cambiamento nel panorama politico nepalese.
