
Intervista al deputato comunista israeliano, in Italia su invito del Prc.
Ofer Cassif arriva al nostro appuntamento indossando una maglietta con la scritta, in italiano, “Fermare il genocidio”. Poco prima, alla domanda del giornalista di un noto quotidiano nazionale che gli aveva chiesto cosa pensasse della guerra, aveva immediatamente e seccamente puntualizzato: “Non c’è nessuna guerra in corso, ma un genocidio”.
Cassif, parlamentare ebreo israeliano di Hadash e del Partito Comunista d’Israele, è tuttora sospeso dalla Knesset, per l’ennesima volta, per la sua denuncia netta e chiara sulla responsabilità del proprio Paese e sulle sue gravi violazioni dei diritti umani in Palestina.
Ofer Cassif non usa mezzi termini. Non si scherma dietro facili parole di circostanza ma chiama le cose con il loro nome. Critica apertamente il governo del suo Paese, sottolineando come anche il dissenso interno continui ad essere considerato un reato e dunque punibile e punito.
Instancabile, viaggia continuamente per partecipare a dibattiti, conferenze, confronti e sempre pronunciando parole nette, chiare. Cassif sa anche molto bene che questo lo espone personalmente a rischi per la sua incolumità eppure, nonostante questo, per lui non è stata prevista alcuna protezione.
Al suo arrivo all’aeroporto di Milano è stato accolto da un militante di Rifondazione comunista, partito che lo ha invitato in Italia, che, nei giorni successivi, lo ha accompagnato alle varie iniziative in giro per la Lombardia con la propria automobile. Sempre da soli, nonostante una protezione fosse stata richiesta. Anche questi sono elementi che fanno riflettere su quanto le politiche genocide di Israele siano comunque circondate da un silenzio e da una sorta di complicità tale da poter essere definita quasi omertosa.
Cominciamo questa nostra chiacchierata con una tua breve biografia.
“Sono nato in Israele da una famiglia ebrea non politicamente attiva. Il mio interesse per la politica si è sviluppato gradualmente, nel corso degli anni. Mi sono avvicinato al Partito Comunista quando ero studente all’università. In quel periodo sono stato arrestato e messo per la prima volta in prigione perché mi sono rifiutato di prestare servizio militare nei territori palestinesi occupati. Poi sono stato nel carcere militare altre tre volte sempre per la stessa ragione: obiezione di coscienza e rifiuto di prestare servizio nei territori palestinesi occupati. Sono poi diventato responsabile universitario del nostro partito e assistente nella segreteria generale del Parlamento. Sono diventato un docente universitario di Scienze politiche e Filosofia, continuando la mia appartenenza attiva al Partito Comunista”.
Puoi farci il punto della situazione od oggi, soprattutto per quanto riguarda la Cisgiordania?
“E’ una domanda davvero molto importante perché se il genocidio della popolazione di Gaza tende a essere troppo sottovalutato, ciò che avviene in Cisgiordania è proprio del tutto ignorato e non sufficientemente monitorato dalla comunità internazionale, che non presta la necessaria attenzione ai crimini che vi stanno avvenendo. Questi crimini stanno avvenendo da ben prima del 7 ottobre. Più di trenta comunità palestinesi e villaggi sono stati distrutti e non esistono più, attaccati quotidianamente da fanatici che si sono scagliati su una popolazione pacifica, sui pastori, sulle fattorie, molto spesso con la complicità delle forze di occupazione. Con buona pace dell’etica, ora sono consentiti anche gli omicidi dei palestinesi senza che sia prevista o messa in atto alcuna sanzione per chi li compie. Un mio amico è stato ucciso il mese scorso e il suo assassino è stato rilasciato il giorno stesso, ha recuperato la sua arma e ora continua ad andarsene in giro indisturbato, aggirandosi nei villaggi senza che nessuno abbia nulla da ridire”.
Parliamo delle mobilitazioni in Israele. Secondo te, se gli ostaggi fossero liberati, continuerebbero? Chi partecipa alle manifestazioni? I familiari degli ostaggi o è una protesta più ampia contro il governo, composta anche da società civile, lavoratori, sindacati?
“Le mobilitazioni sono molto grosse e partecipate, lo sono sempre di più. Poche settimane fa c’erano due milioni e mezzo di persone nelle strade nel Paese. I partecipanti sono diversi, non solo i familiari degli ostaggi. Le mobilitazioni hanno un larghissimo consenso. Io mi occupo di supportare le notizie fornite ai mezzi di informazione. Il nostro partito sostiene molto le famiglie degli ostaggi ed è molto orgoglioso di questo. Sfortunatamente, le maggiori sedicenti organizzazioni sindacali non stanno invece facendo nulla. Sono abbastanza reazionarie. Il presidente del maggiore sindacato, Histadrut (non viene chiamato segretario ma presidente, ndr) ha rifiutato di proclamare uno sciopero. Nonostante abbia ricevuto molte sollecitazioni in questa direzione sia da parte dei familiari degli ostaggi che da parte di molti altri, si è rifiutato. Non vuole nemmeno sentirne parlare ed è molto vicino a Netanyahu. Gli è vicino personalmente e non politicamente dal nostro punto di vista, ma, sfortunatamente, non farà comunque nulla. Però ci sono organizzazioni autonome di categorie di lavoratori, indipendenti non organizzate in un sindacato, ma associazioni dal basso tra gli assistenti sociali, gli insegnanti, i docenti universitari, i medici, gli infermieri, che si sono autonomamente attrezzate per protestare e per essere parte attiva della protesta. Ora tutti sono consapevoli che l’unica via per il rilascio degli ostaggi è porre fine al genocidio e ritirarsi da Gaza. Così come sono consapevoli che, se gli ostaggi saranno liberati, questo significherà che il genocidio sarà finito e quindi non ci saranno più motivi per ulteriori mobilitazioni”.
Quali sono le prospettive future dell’area mediorientale?
“Tutte le questioni sono connesse. Io temo che dovremo vedere ancora molte tragedie, molto sangue, molta violenza, molti morti. Il dolore dei palestinesi è veramente indescrivibile e ho molta paura anche per la sorte degli ostaggi. Ma i palestinesi sono uccisi ogni giorno, quasi ogni ora. E sono così tanti i bambini! E’ insopportabile! Io non vedo come tutto questo possa finire in tempi brevi perché nell’immediato il governo non è interessato a una conclusione rapida. E nel lungo periodo potrebbe essere troppo tardi. Io credo che non ci sia altra scelta che, infine, la popolazione palestinese sarà liberata quando riavrà i proprio territori che Israele sta indebitamente occupando dal 1967. Ma ci vorrà tempo e, purtroppo, ancora molto, troppo sangue. Ma noi faremo del nostro meglio e continueremo la nostra lotta, pur con tutte le difficoltà, per potercela fare il prima possibile”.
(Milano, 7 settembre 2025)
