Paolo Nerozzi ci ha lasciati tra il 5 e 6 settembre. Al saluto in Camera del Lavoro a Bologna, presenti tra gli altri Sergio Cofferati e molti dirigenti Cgil e Pd (di cui è stato anche senatore), il compagno Landini ha ricordato la naturale curiosità e il rispetto per le posizioni altrui che lo hanno sempre accompagnato. Aggiungerei anche la sua “bolognesità”, il suo gusto per la battuta in dialetto e una naturale empatia verso le giovani leve.
Paolo è stato giustamente associato, in particolare, a quella straordinaria stagione che in pochi anni ha trasformato il lavoro pubblico, da un punto di vista politico e sindacale e nella più generale percezione dell’opinione pubblica. Erano gli anni della riforma del contratto di lavoro, degli accordi quadro e della legge D’Antona sulla rappresentanza sindacale. Gli anni della riforma dello Stato, delle leggi “Bassanini” e del protagonismo degli enti locali (in particolare dei sindaci). Gli anni di una voglia di essere al centro delle trasformazioni, come forse mai ha conosciuto il lavoro pubblico, e gli anni di “resistenza” al berlusconismo.
Eppure, vorrei dedicare qualche riga al Paolo segretario confederale della Cgil, nelle segreterie di Cofferati e di Epifani: tante delle proposte e intuizioni della Cgil su Mezzogiorno, sindacalizzazione di polizia e forze dell’ordine, legalità e contrasto alla criminalità organizzata come pratica politica e sindacale sono figlie anche del suo lavoro. Finanche la stagione dei patti territoriali, della contrattazione territoriale sui bilanci (che oggi chiamiamo “contrattazione sociale”) vide in Nerozzi un attento attore. In una visione in cui funzione della rappresentanza sociale e funzione della rappresentanza politica e istituzionale non erano che facce della stessa medaglia: i lati di un quadrilatero dove sindacato-associazionismo-partiti-amministrazioni locali giocano, pur nelle loro autonomie, dalla stessa parte del campo.
In quel campo si incrociavano storie ed elaborazioni comuni, momenti di convergenza e momenti dialettici: valeva nelle dinamiche sindacali (Nerozzi guardò sempre con rispetto alle elaborazioni di Sabattini e alle strategie rivendicative della Fiom di Rinaldini, forse anche per essere corregionali), ma valeva ancor di più nei rapporti con i partiti e in particolare l’allora principale partito della sinistra (i Ds). La sua (e non solo, fu azione collettiva) battaglia per evitare una deriva neo moderata dei Ds, il suo costante rifiuto del comodo rifugio delle “due sinistre” (non fu mai tenero né con D’Alema né con Bertinotti), fu sempre rivendicata come battaglia anche per non rompere quel “quadrilatero” che, se venuto meno, avrebbe prodotto una sinistra sociale senza interlocutori e alleati politici e una sinistra politica senza anima e radicamento sociale. Rendendo più ardua l’azione trasformatrice a cui la Cgil puntava (e punta).
La sua stessa vocazione unitaria rientrava in uno schema classicamente “alla Di Vittorio” per cui solo uniti si poteva vincere. Forse il vero portato di quella stagione in Funzione pubblica che rimase sempre in Paolo. Per questo non smise mai di interrogare e interrogarsi mantenendo un filo di dialogo (in particolare con il mondo cattolico e con la Cisl) anche nei momenti peggiori, quando – con Bonanni – iniziò un colletaralismo della Cisl con i governi che continua ancora oggi (forse peggiore).
Infine è doveroso ricordare il ruolo di Paolo nella promozione di nuove leve sindacali. Credeva nell’obbligo quasi morale del rinnovamento pianificato, nella politica dei quadri dove sperimentazione e gavetta erano obbligatorie e il merito alla fine, anche oltre le simpatie e antipatie (e Paolo ne aveva), avrebbe dimostrato la bontà o meno di una scommessa. Che si trattasse di un quadro proveniente da associazioni studentesche da sperimentare in un territorio o della venuta a Roma di chi ex delegato di fabbrica, avendo dimostrato autonomia di pensiero, veniva già visto di malocchio nella sua struttura.
Non era giovanilismo, ma l’ossessione di una politica dei quadri di medio termine, forse anche una politica dei quadri un po’ “parallela” a quella del dipartimento organizzazione. Perché alla fine – Paolo lo diceva in bolognese – un quadro andava misurato non su questo o quell’aspetto, neanche su questo o quell’incidente di percorso, ma su questioni oggettive. Eri uno che studiava e non si accontentava di ripetere l’ultimo editoriale di Repubblica o l’Unità? La struttura che dirigevi la lasciavi con i conti in ordine, meglio o peggio di come l’organizzazione te l’aveva affidata? Avevi fatto buoni accordi? Il tesseramento cresceva? E potrei continuare. In questo c’era il suo essere figlio di quella grande scuola organizzativa che è la Cgil Emilia Romagna, a cui si è sempre sentito legato.
Paolo – non so se faccio una gaffe scrivendolo – ha deciso alla fine di essere cremato e le sue ceneri disperse nel ruscello vicino la casa natale. Mi piace pensare che abbia scelto la libertà come obiettivo ultimo di un’esistenza. Un ultimo messaggio per i suoi “boys e girls”. Ciao Paolo.