L’aggressione agli operai della stireria “L’Alba” di Montemurlo nel pratese, colpiti a calci e pugni mentre erano in picchetto davanti all’azienda a scioperare, ripropone come in una interminabile serie televisiva il meccanismo con cui le grandi griffe della moda si garantiscono l’etichetta del made in Italy mentre chi lavora ha i salari del Bangladesh.
“Non si può vendere un’immagine di se stessi come salvatori del mondo dalla crisi ecologica, dal gender gap, dallo sfruttamento, da ogni male del mondo, e poi in realtà costruire filiere che sono scientificamente costruite per fare in modo che alla fine a produrre la merce ci sono lavoratori che lavorano in queste condizioni”. Parole, quelle di Luca Toscano del sindacato di base Sudd Cobas, che fanno il paio con le inchieste della procura di Milano sulle “filiere di manodopera” sfruttata, in ultima analisi da questo o quel brand che poi vende i suoi capi a cifre astronomiche nelle boutique di mezzo mondo.
Ancora Toscano: “Il problema non è solo qualcosa che riguarda le filiere del pronto moda cinese e la fast fashion, ma mette insieme la vicenda dei lavoratori della Montblanc con quella dei lavoratori della Liu Weidong, teatro un anno fa di simili aggressioni”. Pestaggi su cui indaga la magistratura, individuando e sanzionando in genere le penultime ruote del carro ma senza risalire, con la meritoria eccezione degli investigatori del capoluogo lombardo, ai vertici della piramide. Alle grandi marche che, per avere l’ambito riconoscimento del made in Italy, non si curano della giungla di appalti e subappalti che caratterizzano l’intera filiera.
Il sindacalismo di base nell’area pratese ha sperimentato con successo la strategia rivendicativa degli “Strike Days”, con rivendicazioni di orari di lavoro e contratti di settore regolari per gli operai, tutti immigrati, che cuciono, stirano e assemblano le produzioni con paghe da fame. Una lotta che paga, e che offre un esempio da seguire.
