
La paralisi stagnante, o piuttosto, la comoda provvisorietà, in cui lo spettacolo dal vivo in Italia continua a campare privo di regolamentazione, tutele e diritti, viene da lontano. Per inquadrarne la portata occorre riallineare cronologicamente date, scelte politiche e responsabilità nominali. Per chi volesse i dati precisi, basta leggere online Teatro & Critica, Ateatro, Cresco e Alessandro Toppi.
L’Italia repubblicana non ha un ministero della Cultura e dei Beni Ambientali prima del 1974. Il che, già di per sé, è tutto dire. Nel 1985 fu promulgata dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, la legge che istituisce il Fus – Fondo Unico dello Spettacolo, che tenta di compensare i buchi di bilancio di un settore economicamente insolvente. Peccato che dal 1985 il Fus è bersaglio dei tagli di qualsiasi legge finanziaria. D’altra parte, ad aprile 2020 emerge che l’intero settore vale lo 0,06% del Pil.
Nel 2013, il Sai-Sindacato Attori Italiani, viene sciolto confluendo in Slc-Cgil. Nel 2014 l’ex-5 volte ministro della Cultura, Dario Franceschini del Pd, promulga un nuovo decreto di erogazione dei contributi pubblici del Fus. Dalla fusione a freddo di numerose realtà teatrali nascono i Teatri Nazionali, i Tric e i Centri di Produzione. È l’epoca dell’algoritmo di iper-produttività. Ed è la fine della circuitazione degli spettacoli e delle tournée.
Per coloro che sono esclusi dal Fus, sicuramente. Stando ai dati Inps, l’insieme degli enti sovvenzionati dal Fus rappresenta appena il 26% dell’intera filiera dello spettacolo, ma sono la totalità del comparto per le loro principali associazioni di categoria (Agis/Federvivo/Platea). Resta tagliato fuori un intero mondo di produzioni, teatri, festival, compagnie e progetti di formazione che da anni animano l’ecosistema culturale del paese. A presiedere i cda dei teatri sempre più pesantemente entrano nel frattempo sindaci, politica locale e holding finanziarie. Inizia la privatizzazione dei teatri pubblici, storici e non.
A marzo 2020 la pandemia chiude i teatri. L’interpretazione dell’art.19 del Ccnl Teatri siglato ad aprile 2018, che disciplina la forza maggiore, e il solo parere dell’Avvocatura dello Stato producono la liquidazione dei contratti in essere con appena 12 giornate alla minima contributiva (oscillante tra i 71 e i 77 euro lordi giornalieri). Esplode l’evidenza della caotica giungla contrattuale e della mancanza di tutele e di diritti nello spettacolo dal vivo in Italia, a fronte di una visione giuslavoristica rimasta binaria: occupazione-salario versus disoccupazione-ammortizzatori sociali.
Molte lavoratrici e lavoratori professionisti dello spettacolo vengono assunti con tipologie contrattuali sempre diverse: ora dipendenti, ora autonomi con partita Iva. I lavoratori dello spettacolo insorgono per fame, auto-organizzandosi su piattaforme in coordinamenti e associazioni di categoria. Si riapre il dialogo con i sindacati, e la lobbing politica con il governo Conte ter.
La pandemia ha scoperchiato il vaso di pandora: neanche il 20% dei lavoratori dello spettacolo ha raggiunto 20 giornate contributive, nel 2019. A settembre 2020 già in 5mila hanno cambiato mestiere e qualifica lavorativa Ivs. Il 21 giugno 2020 solo chi può permetterselo riapre e fa sipario, in assenza di una regolamentazione antipandemica chiara e sostenibile per tutti.
Nel frattempo cambiano tre governi che i lavoratori dello spettacolo tentano di alfabetizzare a parole come discontinuità (invece che intermittenza) e indennità di discontinuità. Nel maggio 2021, il governo Draghi chiude i rubinetti dei ristori lanciati dalla finestra. Il Ccnl Teatri scade, il Codice dello spettacolo e i suoi decreti attuativi restano progettualmente lettera morta. Il 15 luglio 2022 viene promulgato con la legge 106 un nuovo Codice dello spettacolo, i cui decreti attuativi, tra proroghe e rinvii, slittano verso il 31 dicembre 2026. Il 20 dicembre 2023 nasce il primo Ccnl per interpreti del settore audiovisivo. Il rinnovo dei Ccnl Teatri (per dipendenti, scritturati e cooperative) è attualmente oggetto di farraginosa trattativa, nel tentativo di rincorrere un contratto unico di filiera. Le sue criticità restano invariate: è un gioco dell’oca in cui ognuno si spende pro domo sua.
L’8 agosto scorso, con nuovo decreto, viene introdotto il Fnsv-Fondo Nazionale Spettacolo dal Vivo per il triennio 2025-28 che riparametra ulteriormente, insistendo sulla meritorietà economica, l’accesso ai contributi pubblici e scava un solco ulteriore. Restiamo in una comoda e gattopardesca provvisorietà.
