In questo triennio di governo Giorgia Meloni ha dedicato molte delle sue energie alla tessitura di molteplici rapporti internazionali, con l’obiettivo di legittimarsi in qualità di leader del governo di centro-destra sia nella sfera europea, sia in quella internazionale. In questa testarda operazione di legittimazione fondamentale è risultata la vicenda del conflitto tra la Russia e l’Ucraina, in quanto, nonostante la sua precedente e nota simpatia per Wladimir Putin, paladino del trinomio “Dio, patria e famiglia”, Giorgia Meloni è diventata una delle massime sostenitrici di Volodymyr Zelens’kyj, dato che le maggiori potenze europee hanno scelto di supportare la guerra per procura contro la Russia, condotta dagli Usa per il tramite dell’Ucraina sotto la direzione del Pentagono.

Con ben ottocento basi militari sparse in tutto il mondo, storicamente sono la Cia e il Pentagono a stabilire e decidere le tattiche e le operazioni militari della strategia imperialistica americana, al di là che vi sia un presidente democratico o repubblicano. Pertanto l’indefesso e acritico sostegno all’Ucraina da parte dell’Unione europea, che rinunciando agli strumenti della diplomazia si è preclusa la strada per un ruolo autonomo nei rapporti con la Russia e la Cina, fondamentali per la Germania per non auto-affondarsi con l’intero continente sul piano economico, è stato ed è materialmente decisamente suicida, vista anche, dopo il fallimento della controffensiva ucraina, la vittoria sul campo da parte della Russia, diversamente dalla falsa narrazione veicolata dai media occidentali.

Un suicidio che prevede e comporta la ri-militarizzazione dell’Europa e quindi del nostro paese, a scapito degli investimenti nello stato sociale e per la transizione ecologica, poiché nella logica Maga la guerra americana per procura deve proseguire a beneficio del loro complesso militare e industriale, attribuendo però i compiti e i costi all’Europa, naturalmente con il sostegno “disinteressato” della Nato.

Invece, per quanto concerne il genocidio e la pulizia etnica in corso a Gaza, mentre i coloni israeliani si muovono quotidianamente e spietatamente per incrementare i loro insediamenti coloniali in Cisgiordania con il ricorso a terribili episodi di violenza, Giorgia Meloni ha pensato oggettivamente di avere più margini di manovra sulla scia di Donald Trump, in una posizione decisamente subalterna rispetto alle direttive di Washington. Senonché, nel suo recente discorso all’Onu, nell’incredulità dei presenti, è scivolata nuovamente nel ridicolo. Mentre in precedenza, a proposito dei flussi migratori, aveva tuonato “combatteremo i trafficanti in tutto il globo terracqueo”, ora, con il vittimismo tipico delle destre reazionarie e populiste, ha presentato la coraggiosa missione della Global Sumud Flotilla come un’azione rivolta contro di lei e il suo governo, oltre che un ostacolo al piano di pace trumpiano.

Una malcapitata invenzione quella di Meloni, buona per i nostri manipolati palinsesti televisivi e per i suoi seguaci via social media, dato che gli attivisti e i pacifisti della missione internazionale provengono da ben quarantaquattro paesi e, nel caso dei colombiani e dei malesi, sono addirittura sostenuti dai rispettivi governi.

Non paga di questo clamoroso tonfo, Giorgia Meloni si è scatenata contro le motivazioni dello sciopero e della manifestazione del 3 ottobre, non comprendendo che con il suo atteggiamento livoroso accentuava ancor più il solco con quanti, sul piano morale, hanno scelto di gridare nelle piazze di tutto il paese la loro indignazione contro la cancellazione di ogni parvenza del diritto internazionale e l’inverecondo doppio standard occidentale anche rispetto al regime sanzionatorio, nonché contro la manifesta complicità del governo di centro-destra con i reiterati crimini commessi dall’esercito israeliano nei confronti della indifesa popolazione civile palestinese.

Certamente Giorgia Meloni può contare sul plauso del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che senza alcun ritegno aveva recentemente dichiarato “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”, e dell’ineffabile ministro degli esteri Antonio Tajani, per il quale “il diritto internazionale conta fino ad un certo punto”.

Ma nell’assemblea generale dell’Onu il nostro paese, sul riconoscimento dello Stato di Palestina, si ritrova mestamente in un gruppetto di nazioni decisamente minoritario, e soprattutto al carro dell’amico-padrone a stelle e strisce, a dimostrazione che la vantata centralità dell’Italia nel mondo era ed è, se vi fosse stato qualche dubbio, l’ennesima favola in stile meloniano.