Nel dibattito odierno – quando si arriva, da parte di qualcuno, a discorrere di storia e storie della sinistra – il termine “cattocomunismo” è spesso usato in modo polemico, se non spregiativo o del tutto a sproposito. Ma è necessaria un po’ di chiarezza. E visto che è una cosa che mi ha riguardato personalmente – semplificando, si può dire sia nata nel mio quartiere, nella mia vecchia parrocchia (di quando ero cattolico) – mi permetto di fare un breve excursus.

Molti sono convinti che il termine sia stato coniato dall’intellettuale liberale Enzo Bettiza, nel 1979. Questo è almeno quanto affermano Tullio De Mauro nel Dizionario della Lingua Italiana e la rivista Civiltà Cattolica, che pure attribuisce a Bettiza la paternità del vocabolo. In realtà, da testimonianze dei diretti interessati, il termine fu inventato da un ignoto sbirro fascista in servizio nel carcere di via Tasso. Nel maggio del 1943 diversi dirigenti del movimento giovanile formato da coloro che si definivano prima come “cattolici antifascisti”, poi come “cooperativisti sinarchici”, quindi più decisamente (dopo la caduta di Roma l’8 settembre) come “Movimento dei Cattolici Comunisti” finirono in carcere a seguito di una retata. Vi furono, per l’occasione, interventi del Vaticano che provarono a richiamare le autorità fasciste alla clemenza. Parecchi furono infatti rilasciati, ma Mussolini in persona si oppose al rilascio dei dirigenti che furono deferiti al Tribunale Speciale. Il processo non avvenne mai perché il 25 luglio, con la caduta del fascismo, furono tutti rimessi in libertà. Proprio a causa degli interventi del Vaticano, uno dei carcerieri, chiese ad un suo superiore se quei prigionieri fossero comunisti o fossero cattolici. Il discorso venne ascoltato in qualche modo. Il capo sbirro, rispose alla domanda del sottoposto, tagliando corto: “Sono dei cattocomunisti”.

Molti di loro continuarono il loro impegno nella Resistenza anche dopo l’8 settembre e durante l’occupazione nazista della capitale. In particolare Franco Rodano, la sua futura moglie Maria Luisa Cinciari, Adriano Ossicini, Raniero La Valle, Romualdo Chiesa, insieme a elementi di collegamento tra il mondo cattolico e quello comunista, come Pietro Ingrao e Lucio Lombardo Radice, oltre a comunisti più ‘doc’ come Paolo Bufalini, si impegnarono nel collegare le realtà locali delle formazioni antifasciste non solo comuniste, ma anche socialiste, azioniste e democristiane.

La Parrocchia di San Benedetto all’Ostiense era allora guidata da un giovane canonico, don Giovanni Gregorini. Era il mio parroco quando ero bambino. Quello col quale ho fatto la prima comunione e del quale, per buoni tre anni, sono stato chierichetto. Don Gregorini, la mattina del 16 ottobre 1943, sentì bussare alla porta della parrocchia. “Svelti, dentro. Mi è stato detto di farvi entrare”. Diede così rifugio a tre famiglie ebree (una dozzina di persone in tutto). Nel febbraio del ‘44 la chiesa fu distrutta da un bombardamento e i rifugiati dovettero darsi alla macchia. Alcuni si salvarono. Altri furono catturati e finirono massacrati alle Fosse Ardeatine e a don Gregorini (che ora ha un albero a suo nome nel Giardino dei Giusti), toccò l’infelice compito di riconoscere le salme di alcuni di quelli che aveva provato a salvare.

Di tutte queste storie (come la maggior parte della gente del quartiere) non ne ho saputo nulla, se non da adulto e dopo la sua morte. Lui non se ne vantava. La parrocchia, ricostruita alla bene e meglio, aveva salvato un attrezzo allora molto prezioso: un ciclostile a mano che veniva regolarmente utilizzato per stampare comunicati, proclami o ordini diretti per le formazione partigiane clandestine da parte di un gruppo di giovani antifascisti, cattolici e comunisti, come Franco Rodano, Marisa Cinciari, Adriano Ossicini, Romualdo Chiesa, Tonino Tatò (che fu poi portavoce e il più stretto collaboratore di Enrico Berlinguer).

I cattolici comunisti operavano soprattutto tra le case popolari dei gasisti all’Ostiense e quelle del vicino rione di Testaccio. Tutto questo ovviamente con gravi rischi. Ossicini venne arrestato ancora e riuscì ad evadere rocambolescamente. Romualdo Chiesa invece, dopo essere riuscito per tre volte a sfuggire all’arresto, venne infine beccato per una soffiata. Fu selvaggiamente torturato a via Tasso e infine venne fucilato alle Fosse Ardeatine.

Dopo la liberazione di Roma, nel 1944, il movimento assunse il nome di Partito della Sinistra Cristiana (Psc). Inizialmente ci furono delle difficoltà nel rapporto con il Pci, che vedeva con un certo imbarazzo il fatto che i militanti “cattocomunisti”, non vivessero esclusivamente la loro fede come fatto personale, ma ne facessero una questione politica basilare per il loro impegno. Inoltre, la linea politica di Togliatti era favorevole ad una rappresentanza unica del mondo cattolico nella Democrazia Cristiana. In ogni caso, nel dicembre 1945, la maggioranza del Psc decise lo scioglimento del partito e la maggior parte di essi confluirono nel Pci.

Facciamo un salto di una trentina di anni. Parroco era sempre Don Gregorini. Il vice parroco e mio insegnante di religione alle medie, don Franco, era simpatizzante di Avanguardia Operaia e leggeva regolarmente il Quotidiano dei Lavoratori. Uno dei catechisti, di poco più grande di noi, Sandro, sarà poi un sindacalista della Cgil, per breve tempo militante della IV Internazionale e della sinistra sindacale. Alla basilica di San Paolo fuori le mura, oltre ad un gruppo di giovani scout, che si impegnerà poi nel fondare una sezione del Pdup, vi era un abate, piuttosto particolare, Giovanni Franzoni.

Fu il più giovane dei padri conciliari del Vaticano II. Prese posizione contro la guerra in Vietnam, poi destò “scandalo” quando, in occasione del referendum, si schierò pubblicamente a favore del divorzio. Venne rimosso e “sospeso a divinis”. Quando poi, per le elezioni politiche del 1976, fece pubblica dichiarazione di voto per il Pci, venne ridotto allo stato laicale. Continuò a votare comunista, (Pci, Rifondazione, Pdci) per il resto della sua vita, sempre dichiarandolo pubblicamente.

Franzoni nel 1976, fondò con altri (lo stesso don Franco che si “spretò”, o Rosario Mocciaro, professore di psicologia dello sviluppo e in seguito presidente Municipio per una giunta di sinistra) la Comunità di base di San Paolo a meno di 300 metri da casa mia.

Il movimento delle comunità di base si sviluppò in tutta Italia, in decine di comunità. Tra le più famose, quella di San Benedetto al Porto a Genova di don Andrea Gallo e quella fiorentina dell’Isolotto di don Mazzi. All’interno delle comunità di base, sulla scia di un’esperienza analoga in Cile, nacque anche un tentativo di “braccio politico”: il movimento dei “Cristiani per il Socialismo”, che fu attivo dal 1973.

Dalle comunità e dal loro avvicinamento ecumenico alle minoranze protestanti storiche, nacque, dalla fusione delle testate “Com” (foglio delle comunità di base cattoliche, diretto da Franzoni) e “Nuovi tempi” rivista protestante diretta dal pastore valdese Giorgio Girardet, il mensile di collegamento “Com-Nuovi Tempi”, che si occupava non solo di problemi teologici, ma soprattutto di temi politici e sindacali, con particolare riguardo alle numerose esperienze dei preti e dei pastori operai, spesso combattivi delegati sindacali della Fiom e della Fim,con una grafica ed uno stile del tutto simile a Lotta Continua ed altre pubblicazioni di lotta del periodo. La rivista ha poi cambiato nome e formato, accentuando il carattere ecumenico, con l’inclusione di notizie e commenti riguardanti anche il pacifismo, l’ebraismo, l’islamismo e l’ateismo, diventando l’attuale rivista “Confronti”. Quest’anno, con diverse iniziative e piena rivendicazione di continuità con la testata precedente, si sono celebrati i cinquant’anni di vita della rivista.

Personalmente ho avuto poi un percorso differente dal “cattocomunismo”, aderendo alla confessione protestante, rimanendo comunista, ma sempre sentendomi parte di quell’esperienza collettiva, di quartiere che mi ha formato. Per la maggior parte degli abitanti di Ostiense (la mia povera mamma in primis) era assolutamente normale, la domenica delle elezioni, andare prima a messa e poi recarsi in massa alle urne per mettere convintamente la croce sulla falce e martello.