Mentre scriviamo (9 ottobre) in Egitto, nei colloqui “tecnici” tra Israele e Hamas sul “piano Trump” per Gaza, è stato raggiunto un primo accordo per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. La cessazione, finalmente, dell’orribile genocidio in corso a Gaza è ovviamente benvenuta. C’è bisogno, prima di tutto, che il cessate il fuoco sia permanente. Ma non sfugge a nessuno che, per le sue modalità e i suoi contenuti, il piano Trump-Israele-petromonarchie del Golfo ha un inequivocabile sapore neocoloniale. I diritti e l’autodeterminazione del popolo palestinese rischiano di continuare a restare fuori dalla porta.

Fino all’ultimo Israele ha continuato ad uccidere l’inerme popolo gazawi e, dopo aver assaltato e arrestato la Global Sumud Flotilla, ha compiuto l’ennesimo atto di terrorismo e pirateria di Stato assaltando la Freedom Flotilla, che aveva a bordo duecento medici e sanitari, medicinali e un ospedale da campo. 

In Italia continua l’enorme mobilitazione che ha visto nel primo fine settimana di ottobre milioni di cittadine e cittadini, tantissimi giovani e giovanissimi, riempire all’inverosimile le strade e le piazze di ogni città per lo sciopero generale tempestivamente proclamato dalla Cgil e dai sindacati di base il 3 ottobre, e la imponente manifestazione nazionale del 4 ottobre. Mobilitazioni analoghe si svolgono in tutta Europa.

Ma la megalomania dei miseri “sovranisti” nostrani e la loro totale identificazione con Netanyahu – del resto da lui e da Trump prendono e applicano gli ordini – non vede il genocidio e interpreta la mobilitazione internazionale, gli scioperi, il popolo in piazza semplicemente come un attacco al governo. L’Italia è il terzo fornitore di armi a Israele, dopo Usa e Germania, non riconosce lo Stato di Palestina, sabota le pur timidissime misure verso il governo Netanyahu proposte dalla Commissione Ue, e Giorgia Meloni si permette di sbeffeggiare, prima, e minacciare, poi, le moltitudini che non accettano di rimanere complici silenti del genocidio.

La Cgil diventa il “nemico” principale, agli occhi di Meloni, che si pavoneggia per la conferma elettorale di due suoi presidenti di Regione, certamente soddisfatta che, in Calabria, quasi sei elettori su dieci abbiano disertato le urne. In fondo Meloni ha ragione a preoccuparsi. Non per l’odio, che lei e i suoi sodali spargono a piene mani, non per la violenza, del tutto marginale nell’enorme mobilitazione e spesso favorita da una discutibilissima gestione dell’ordine pubblico. Ma perché è chiaro che il movimento non si ferma e sta costruendo i nessi tra genocidio dei palestinesi, guerre, riarmo europeo, modello di sviluppo guidato dal complesso finanziario-fossile-industriale-militare che sta portando l’umanità al baratro della guerra nucleare e dell’estinzione climatica.

Noi non ci rassegniamo, le piazze continueranno a riempirsi, il 12 ottobre con la Marcia Perugia-Assisi, e il 25 ottobre con la manifestazione nazionale della Cgil per la pace, contro il genocidio e il riarmo, per il lavoro stabile, la difesa e l’ampliamento dello stato sociale, l’equità fiscale e la lotta alle diseguaglianze. Cara Meloni, di week end lunghi ne faremo tanti altri!