
Dal porto di Livorno non si passa. L’hanno detto lavoratrici e lavoratori, lo ha ribadito una città intera che a fine settembre ha invaso moli e banchine, presidiato i terminal commerciali per bloccare qualsiasi nave che portasse materiale bellico o parabellico – vedi la statunitense Slnc Severn, cargo americano con nelle stive attrezzature da consegnare alla base militare Usa di Camp Darby. Il passo successivo, quello che ha portato la città labronica all’attenzione delle cronache nazionali, è stato lo stop a un’imbarcazione che batteva bandiera israeliana, la porta container Zim Virginia. “Ce l’abbiamo fatta, abbiamo fermato i carichi di morte”, dice Daniele Pini, che quasi si commuove ripensando a questi incredibili giorni. “La nostra lotta nasce per il senso di sdegno di fronte a quello che sta avvenendo nella Striscia di Gaza. Tutti sanno, ci sono orrori che non possono essere nascosti. Una mobilitazione collettiva, senza precedenti, che ha visto protagonista tutta la città, per ribadire il diritto dei popoli alla pace”.
Lavoratore del porto, Pini da otto anni è impegnato nella più importante attività economica cittadina, con quasi duemila operai quotidianamente in azione nelle attività di scarico e carico merci. “Sono un rallista”. Per i non addetti ai lavori è uno di quegli operai specializzati che usano le ralle (semirimorchi) per movimentare i container tra la nave e l’area del porto, trasferendoli tra lo scafo e i blocchi di stoccaggio o i mezzi di trasporto su strada e ferrovia. Un ruolo fondamentale per velocizzare e ottimizzare lo sbarco e l’imbarco delle merci, assicurando un flusso costante di container e riducendo i tempi di attesa delle navi.
“La città ci ha seguito – racconta – è stata al nostro fianco per opporsi a questa porcheria a cui stiamo assistendo da troppo tempo”. Era da parecchio che il fuoco covava sotto la cenere, con le immagini sconvolgenti che arrivano dal Medio Oriente in un tragico crescendo che sembra non avere fine. E i portuali in tempi di guerra se non sono in prima linea poco ci manca: “I traffici marittimi da che mondo e mondo sono degli snodi essenziali – spiega Pini – giorni fa abbiamo bloccato una nave piena di armi, ci siamo sostituiti al governo Meloni che avrebbe dovuto agire e invece non l’ha fatto”.
Tessera Filt Cgil in tasca, Pini tiene a sottolineare che la decisione di interrompere i traffici commerciali con Israele è stata presa collettivamente. Un moto popolare, per “far rispettare quella legge 185 del 1990, che disciplina l’esportazione, l’importazione e il transito di materiale bellico, imponendo un rigoroso controllo e divieti specifici verso paesi in conflitto o responsabili di violazioni dei diritti umani”. I portuali livornesi si sentono dalla parte giusta della storia. “Alla faccia di chi ci ha accusato di scioperare per fare il fine settimana lungo, come ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, noi nel nostro tempo libero abbiamo organizzato presidi e manifestazioni. Anche per essere solidali con chi magari era di turno, e con tutti i nostri compagni che vengono chiamati a lavorare di volta in volta, a seconda della quantità di merce in arrivo”.
Una robusta delegazione di portuali labronici ha anche preso parte all’immenso corteo che il 4 ottobre ha invaso pacificamente Roma. Pini non ha dubbi: “Una risposta civile e di profonda umanità, di fronte ad un orrore senza fine che chi è al potere ha cercato di minimizzare il più possibile. Ma quando si ‘normalizzano’ gli orrori la dignità umana svanisce. La comunità portuale non vuole essere complice. Siamo inclusivi e accoglienti, pacifisti, per questo difendiamo anche chi non ha la possibilità di farlo da solo”.
Il lavoro nel porto non è una passeggiata di salute, Pini non lo nasconde. “Noi lavoriamo su quattro turni, e facciamo anche tanti straordinari perché dobbiamo seguire il flusso delle navi”. Ritmi stressanti, visto il gran numero di porta container che approdano giorno dopo giorno sulla costa toscana. Ma c’è anche un lato romantico in questa atmosfera che sa di sole, di vento e di salsedine. “Vedere i tramonti sul mare, sentire i primi raggi del sole che al mattino illuminano il porto, dà delle sensazioni bellissime, quasi da favola”.
Prima di diventare operaio portuale e “approdare a Livorno” come dice scherzando, Pini è stato metalmeccanico, ha lavorato nel commercio e nei servizi di vigilanza. Con un moto di orgoglio ha letto quello che i quotidiani hanno scritto della presa di posizione dei portuali, notizia incastonata nell’interminabile resoconto delle mobilitazioni che hanno investito l’intera penisola. “Un movimento di popolo, operaio e non solo, per difendere dei valori e dei principi inderogabili, la pace in testa”. Ed è stato davvero un bello spettacolo vedere generazioni intere manifestare insieme, unite dalla convinzione che nella Striscia di Gaza è in corso un genocidio, e che non ci si può voltare dall’altra parte facendo finta che non stia succedendo niente. Dal porto di Livorno non salpa la guerra.
