A metà settembre del 2023 ero in Palestina. Dopo oltre 35 anni di attivismo per la causa palestinese, vedere con i miei occhi le condizioni di sfruttamento, di apartheid, di pulizia etnica nelle nelle quali sono costretti a vivere i palestinesi, ha provocato in me un rigurgito rabbioso che è diventato, da un lato, un peso da portare, dall’altro, una rinnovata spinta a rilanciare l’impegno solidale nei confronti del popolo nativo della terra di Palestina. La pacatezza con cui veniva ricordato alla nostra delegazione italiana come il nostro paese si fosse dimenticato della loro causa, mi ha procurato un senso di colpa utile a rinvigorire la militanza.

Poi c’è stato il 7 ottobre. Immediatamente siamo scesi in campo, precursori di quella che sembrava una minoranza del paese, a contrastare la narrativa propagandista, trasversale, che si limitava alla condanna dell’azione di resistenza e alla semplicistica formula del “diritto di Israele alla difesa”. È stato difficile opporsi alla propaganda mediatica e sociale.

Iniziative pubbliche, eventi di raccolta fondi, le prime timide bandiere palestinesi, le prime manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese, confronti, dibattiti, semplici scambi d’opinione con singoli cittadini, la fermezza nella immediata denuncia del genocidio subito avviato da Israele.

Quante volte siamo stati “denunciati” di antisemitismo, di essere sostenitori del “terrorismo”. A quel tempo la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica analizzava la causa palestinese come se tutto fosse iniziato il 7 ottobre 2023. E poi le separazioni interne al movimento di solidarietà per la Palestina, vicende che ho vissuto come ferite personali.

Il 5 ottobre 2024 la manifestazione nazionale come quella di qualche giorno fa, sempre a Roma, vedeva la la presenza di un ventesimo, se va bene, delle persone che questo 4 ottobre hanno inondato la capitale. Ci picchiarono, alcuni vennero fermati e arrestati, i manifestanti chiusi in una piazza con tutte le vie di uscita bloccate dalle forze dell’ordine, una gabbia per topi. Mai visto niente di così provocatorio e premeditato. La repressione, ancora una volta, usata per imbavagliare il dissenso. “Manifestazione di teppisti”, venne narrata l’indomani! Pochissime le dichiarazioni di solidarietà a chi allora sembrava risicata minoranza. Però c’era la certezza che il “movimento” fosse, o potesse essere, molto più ampio di quello che riusciva realmente ad esprimere. E su questo si è continuato a militare, a lottare.

Intanto il genocidio falcidiava vite continuamente, l’orrore diventava quotidiano, un senso di impotenza sembrava permeare la società. La sete e la fame usate come armi di guerra, la normalità con cui Israele calpestava e calpesta il diritto internazionale in una “onta” di impunità alimentata dall’immobilismo complice della comunità internazionale.

Poi, lentamente, le immagini quotidiane che arrivavano e continuano ad arrivare dalla Striscia di Gaza, quel disprezzo per l’umanità contenuto in ogni azione terrorista dell’esercito israeliano, sono diventati insopportabili a chiunque avesse ancora un briciolo di umanità. Tanti singoli cittadini che hanno deciso di sconfiggere il senso di impotenza ricercando luoghi collettivi dove essere parte attiva del dissenso e della protesta. Le varie realtà nate dopo il 7 ottobre si sono riempite di gente comune, tantissimi giovani, nuovi collettivi sono nati, smossi soprattutto da una spinta umanitaria, ma anche dalla voglia di conoscenza, di studio e di conseguente partecipazione. Un movimento dal basso della società civile che è stato anche un segnale per associazioni, organizzazioni ed anche forze politiche ad uscire da posizioni timide per sostenere, senza se e senza ma, questo collettivo che si è autogenerato sempre più velocemente.

La Global Sumud Flotilla ha fatto da catalizzatore dell’indignazione e del crescente movimento spontaneo della società civile. Ha “sfondato” il muro inconscio della disillusione e dell’impotenza. Non solo ci si poteva e doveva indignare di fronte al genocidio, ma si poteva fare qualcosa, qualcosa di organizzato, di “politico” e di concreto. Quello che i governi si sono rifiutati di fare. Così si sono rotti gli argini.

E si sono superate le titubanze della stessa Cgil, che pure è stata sempre parte del movimento di solidarietà con la Palestina, ma ha faticato a proclamare lo sciopero generale, alla fine insieme ai sindacati di base, su indicazione della stessa Flotilla.

Così, preceduto dalle piazze stracolme del 3 ottobre, siamo arrivati al 4 ottobre 2025. Una marea umana ha invaso Roma, pacifica e fiera, ci ha messo la faccia, il corpo, la mente ed il cuore. Quello che un anno fa sembrava quasi impossibile da realizzare in pochi mesi si è generato. Anche il 4 ottobre hanno tentato di bloccare il fiume umano. A Roma Nord ogni autobus dei manifestanti che arrivava nella capitale veniva fermato e perquisito, il mezzo ed i singoli passeggeri. Anche ai nostri pullman, da Arezzo, è toccata questa squallida sorte. Ma abbiamo reagito immediatamente, siamo scesi dai pullman ed abbiamo messo in piedi un corteo spontaneo davanti a chi voleva fare di tutto per non farci arrivare alla manifestazione. Solo a quel punto i controlli si sono “accelerati” e in pochi minuti siamo ripartiti.

Della rabbia per l’ingiustizia subita mi porto il ricordo di una bambina che, ripartiti, non riusciva a smettere di piangere perché le forze dell’ordine gli avevano sequestrato il bastone di legno al quale aveva legato la sua bandiera della pace.

Il 4 ottobre ho respirato un’aria che attendevo almeno da due anni, rimanendo ai fatti recenti. Mi sono commosso, sì, mi sono commosso fino alle lacrime! Mi sono sentito, finalmente, meno solo. Mentre piazza San Giovanni cercava, non riuscendoci, di contenere la marea umana ininterrotta che continuava ad arrivare. Insieme a compagni e compagne con cui ho condiviso gli ultimi 730 giorni di vita militante, abbiamo percorso a ritroso il corteo. Volevamo stamparci negli occhi nel cuore e nella mente la bellezza di questa umanità ritrovata, gente comune insieme a militanti storici, famiglie, bambini e tantissimi giovani.

Quello che è accaduto negli ultimi mesi è un piccolo “miracolo laico”, in una società, quella italiana, nella quale sembrava impossibile uscire dall’apatia, dalla rassegnazione. Lavoratori e lavoratrici, precari e disoccupati che – con gli scioperi generali e la manifestazione nazionale – si sono uniti agli studenti, insieme a loro quelle generazioni, come la mia, che si sentono il peso di aver lasciato loro un mondo peggiore di come lo abbiamo trovato noi. Alla fine, a due anni dal 7 ottobre 2023, è nato quel movimento che chi si era mobilitato fin dal primo giorno aveva sempre sperato di riuscire a costruire. La lotta per la Palestina libera, sta liberando per primi noi stessi. È una ricchezza sociale, quella nata negli ultimi mesi, che andrà alimentata e supportata. Perché la resistenza imperterrita del popolo palestinese, che va avanti da quasi 80 anni, parla anche a noi e ci interroga su quale mondo vogliamo. Se vogliamo continuare a subire il modello egemone, culturale ed economico, di stampo coloniale-occidentale, o se siamo disposti a lottare e a mobilitarci per rovesciare quel modello. E i temi sono cogenti: corsa al riarmo, precarizzazione del mondo del lavoro, attacco ai diritti sociali e civili, cambiamento climatico, intelligenza artificiale, autoritarismi, etc. etc. etc. Saranno i temi sui quali dovremmo confrontarci nel prossimo futuro.

Adesso l’obbiettivo primario è la fine del genocidio, con un cessate il fuoco immediato, l’ingresso nella Striscia di Gaza degli aiuti umanitari necessari a scongiurare ulteriori vittime per carestia, e l’avvio di un percorso che porti ad un reale diritto del popolo palestinese alla sua autodeterminazione. Percorso che, a mio avviso, non può prescindere dall’ottenere la scarcerazione di quello che è il Mandela palestinese, ostaggio nelle carceri israeliane da oltre vent’anni: Marwan Barghuthi.

Il 3 e il 4 ottobre abbiamo partecipato con orgoglio a qualcosa che verrà ricordato nei libri storia. Adesso organizziamoci e continuiamo, uniti, a mobilitarci per scrivere le prossime pagine. Palestina libera!

(6 ottobre 2025)