
Non erano soli gli equipaggi della Global Sumud Flotilla, con loro c’erano le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato quasi ogni giorno – non soltanto in Italia – per proteggere quello che è stato un viaggio della speranza. Speranza di un cessate il fuoco, di uno stop agli orrori quotidiani nella martoriata striscia di Gaza, di un ritorno di reali aiuti umanitari, dal cibo ai medicinali, per il sempre più sofferente popolo palestinese. C’era anche Maso Notarianni, presidente dell’Arci di Milano, su una delle imbarcazioni della Flotilla. Lui non doveva essere lì, non questa volta, ma quando è stato chiamato all’ultimo momento, mentre le barche erano ormeggiate a Creta, non si è tirato indietro. Al cuor non si comanda.
Notarianni, partiamo da Creta…
“Sono arrivato lì per colpa dei droni, quelli che il governo di Tel Aviv aveva inviato contro la Flotilla per lanciare un primo avvertimento. Esplosioni e minacce continue, nel cuore della notte, in mezzo al mare. Qualcuno non se l’è sentita di andare avanti e abbiamo fatto qualche cambio negli equipaggi. La cosa che mi ha fatto pensare è che sapevano tutto di noi, conoscevano come erano fatte le barche, e hanno colpito l’unica che aveva l’albero passante, che entra nella barca e arriva fino alla deriva. Un’imbarcazione del genere non può essere disalberata, le altre invece sì. Se le avessero attaccate allo stesso modo sarebbe stato molto pericoloso”.
Dunque era solo un avvertimento?
“Esatto, l’operazione israeliana era studiata per non rischiare di far male a qualcuno, eravamo in acque internazionali e molto lontani da Gaza, se fosse successo qualcosa di più grave sarebbe stato controproducente per Israele, un atto di pirateria in mare aperto a barche disarmate. Abbiamo proseguito la navigazione, sempre con i droni sulla testa, ma abbastanza tranquillamente, anche perché a un certo punto ci hanno affiancato non solo la nave della marina italiana ma anche tre navi militari turche”.
Poi però siete arrivati troppo vicini a Gaza. Sempre in acque internazionali, ma Israele ha regole tutte sue per delimitare gli spazi che controlla in mare aperto…
“A una quarantina di miglia marine dalle coste di Gaza ci hanno intercettato sul serio. Sono arrivate due grosse navi militari, non le abbiamo viste solo perché era notte fonda, invece abbiamo visto svariate imbarcazioni più piccole, sui 20-25 metri, e parecchi gommoni. Sono stati loro ad abbordare le prime sei barche della flotilla, nell’ordine della catena di comando: per prima è stata fermata Alma, dopo Sirius, e poi la terza, la quarta, la quinta, e la sesta. Il resto della flotilla è andato avanti, fin quando ci ha affiancato una fregata che ci ha ordinato di fare rotta sul porto di Ashdod, uno dei due principali scali mercantili di Israele, a circa 40 chilometri a sud di Tel Aviv. Già quella è stata un’azione fuori da qualsiasi legalità, un dirottamento vero e proprio. Una nave militare può fermare un’imbarcazione per un controllo se c’è il sospetto di traffico di esseri umani, di armi, o di droga. Ma non era certo il nostro caso”.
Come avete reagito?
“Abbiamo obbedito, non potevamo fare altrimenti, la priorità è la sicurezza dell’equipaggio. Dopo una ventina di minuti ci hanno affiancato due gommoni, sono salite a bordo le truppe speciali della marina israeliana, che hanno preso il controllo dell’imbarcazione. Ci hanno fatti scendere tutti sotto coperta e ci hanno tenuti lì fino al porto. Erano soldati preparati, ci hanno permesso di mangiare, di bere, perfino di riposare. Avevano divise pesantissime, quando è arrivato giorno abbiamo fornito loro un tendalino perché non morissero di caldo. Siamo molto diversi da loro”.
Alla fine avere attraccato ad Ashdod.
“A quel punto si è capito subito che la musica cambiava. C’era la polizia, altri militari, anche le guardie carcerarie. Lì è cominciato il trattamento duro: quando sono sceso mi hanno preso in due, uno da un lato uno dall’altro, la testa piegata verso il basso, come si fa quando la polizia arresta le persone pericolose. Ci hanno messi in una specie di spiazzo del porto, seduti per terra, costretti a guardare in basso, alcuni addirittura sono stati obbligati a stare in ginocchio. Se alzavi la testa, arrivava uno da dietro e te la schiacciava con violenza verso terra. Non è stato piacevole. Dopo un po’ di tempo ci hanno scortati al centro di identificazione. Lì ci hanno chiesto di firmare un foglio in cui ammettevamo di essere entrati illegalmente in Israele. Non lo abbiamo firmato. Successivamente abbiamo passato un check di sicurezza, dove hanno buttato via tutto quello che avevamo portato con noi. A me hanno gettato via le chiavi della macchina, le medicine per i cardiopatici. Un’operazione inutile, solo per cattiveria, per disprezzo”.
Quando siete tornati eravate vestiti solo con una maglietta bianca, pantaloni della tuta e ciabatte.
“Per forza, siamo stati perquisiti, spogliati, e lasciati in mutande, ancora prima di chiederci se volevamo firmare il foglio di espulsione. Quello invece l’ho firmato. Hanno preso i documenti, i portafogli, le carte di credito e gli oggetti più preziosi che avevamo indosso, hanno messo tutto dentro buste di plastica che avevano un tagliandino con un numero identificativo. Ho pensato che prima o poi avrei riavuto indietro la mia roba. Ma quando ci hanno tolto i vestiti per darci i pantaloni di una tuta, delle ciabatte e una maglietta bianca, hanno buttato via anche i tagliandini che avevamo conservato. Ci hanno preso tutto e non ci hanno reso nulla”.
A quel punto eravate né più né meno che dei detenuti, non è così?
“Infatti ci hanno portato in carcere. E qui ci sono state le scene che mi hanno dato più noia, che mi hanno scioccato. Ci hanno messi in fila per uno, guai a muoversi altrimenti arrivavano le botte. All’ingresso del carcere c’erano militari con i cani, pastori tedeschi tenuti al guinzaglio a pochissima distanza da noi. Ce li aizzavano contro. Questa scena mi ha fatto tornare in mente i racconti di mia nonna partigiana, le storie sui campi di concentramento, i film sui lager. Che io sappia fino a una decina di anni fa i cani non venivano usati dagli israeliani, proprio per il ricordo di fatti del genere. Invece adesso ho avuto l’impressione che volessero replicare quello che avevano subito ottant’anni fa, la catena del dolore non si è interrotta. Ci hanno tenuto in carcere due giorni e mezzo, per bere c’era solo un rubinetto da cui usciva acqua calda, putrida, fetida. Subivamo controlli a tutte le ore del giorno e della notte, ci urlavano contro, ci puntavo i fucili, i laser dei mirini. Scene davvero brutte. In più occasioni ci hanno caricati su cellulari, portati a fare dei giretti strani, e poi riportati indietro. Anche quando ci hanno spedito via, nella notte, pensavamo che ci avrebbero fatto fare un altro giro a vuoto”.
Avevate un avvocato?
“Ne avevamo nominato uno, israeliano. Ma non lo hanno fatto entrare né al centro di identificazione né tanto meno in carcere. Un’atmosfera da incubo, nel nostro raggio un ragazzo ha avuto un attacco di asma, stava malissimo ma non hanno chiamato il medico. Devo dire anche che il comportamento dell’ambasciata italiana è stato vergognoso. Due giorni prima che ci intercettassero avevamo chiamato l’ambasciatore, quello ci ha semplicemente suggerito di salire su una nave militare italiana e tornare indietro. Abbiamo risposto di no, con noi c’erano dei parlamentari, proprio per garantire una protezione democratica alla flotilla”.
Da dove eravate, si sentivano i rumori dei bombardamenti su Gaza?
“Dove eravamo detenuti, o meglio rapiti, no. Ma arrivando verso il porto si udivano distintamente”.
Sapevate che per sostenervi stava montando una gigantesca mobilitazione popolare, una flotilla di terra al fianco della flotilla di mare?
“Sapevamo delle piazze che si riempivano fino alla notte dell’arrembaggio. Anche grazie a questo abbiamo resistito, trovato la forza di andare avanti e non reagire alle provocazioni. Avevamo la consapevolezza di aver aperto una finestra in tutto il mondo su quanto accade a Gaza e su tutta la questione palestinese. É scattato qualcosa, spero che si sia capito che è ancora possibile cambiare le cose, se si è in tanti è più facile”.
Non siete stati trattati bene da gran parte dei media italiani.
“Su tutta la questione palestinese l’informazione in Italia è stata vergognosa, la flotilla ha contribuito anche a far saltare la cappa di disinformazione. Il governo italiano ha fatto una colossale figuraccia, basta ricordare il ministro Tajani che racconta bugie alla Camera dicendo che la nostra barca stava andando volontariamente al porto quando c’erano già i militari sopra, o la presidente del Consiglio Meloni che ci ha accusato di mettere a rischio la pace. Ma le piazze erano piene come non si vedeva da molti anni. Ora l’importante è non fermarsi, andare avanti”.
(8 ottobre 2025)
