
La storia di Vera Vigevani Jarach, scomparsa a Buenos Aires all’età di 97 anni il 3 ottobre scorso, è stata straordinaria e incredibile, così come straordinaria e incredibile è stata lei in tutta la sua vita.
Milanese di nascita, ebrea, lasciò la sua città e l’Italia nel 1939 a seguito dell’entrata in vigore delle leggi razziali fasciste e, ancora bambina, si rifugiò in Argentina con la sua famiglia. L’unico a non partire sarà il nonno materno, che sarà deportato e assassinato nelle camere a gas di Auschwitz. “Non c’è tomba”, diceva Vera quando parlava di lui.
In Argentina, Vera continua gli studi al Colegio Nacional di Buenos Aires. Nel 1949 si sposa con Giorgio Jarach e, nel 1957, nasce Franca l’unica figlia. E qui comincia un nuovo capitolo della sua storia.
Nel 1976 la sanguinaria dittatura di Videla colpisce la figlia Franca. Studentessa brillante, molto attiva nella sua scuola già da prima dell’avvento di Videla, Franca scompare nel giugno di quell’anno. Si saprà solo molti anni dopo che è stata catturata, imprigionata nella famigerata Esma, tristemente nota per essere stata il più grande e attivo centro di detenzione illegale e tortura durante la dittatura, e infine sarà vittima di un volo della morte. “Non c’è tomba”dirà sempre Vera anche parlando della figlia.
Nel 1977, cercando la verità sulla scomparsa della figlia, Vera insieme ad altre donne contribuirà alla nascita del movimento delle Madri di Plaza de Majo. Indomita, instancabile, si è dedicata tutta la vita alla ricerca e al recupero della verità, al mantenimento di una memoria storica collettiva definendosi dapprima “militante” della memoria e poi “partigiana” della memoria.
Vera, nel corso della sua vita, ha incontrato un numero imprecisato di giovani sia in Argentina che in Italia, dove veniva spesso. I suoi racconti iniziavano sempre a partire dalle sue “due storie” come le definiva lei: quella del nonno e quella della figlia.
Ho avuto la grande fortuna di avere conosciuto Vera e di averla incontrata diverse volte. Il liceo milanese dove ho insegnato per tanti anni ha promosso da tempo uno scambio di studenti annuale sulla tematica dei diritti umani, gemellandosi proprio con il Colegio Nacional di Buenos Aires, e Vera, per tanti anni, finché la salute glielo ha consentito, è stata presenza costante nella nostra scuola. Lo è stata anche quando ha perso quasi totalmente la vista, anche quando non ha potuto più camminare e si muoveva solo su una sedia a rotelle.
Sempre presente e sempre con il suo fazzoletto bianco delle Madri di Plaza de Majo in testa: sul suo c’era scritto “Franca Jarach -18 anni”. Raccontava ai nostri studenti, della stessa età di Franca quando fu uccisa, con il desiderio di trasmettere le sue “due storie” non per suscitare pietà o compatimento ma sempre e solo per trasmettere l’importanza della memoria, dell’impegno, della passione civile e della conoscenza della storia di cui bisogna saper cogliere i segnali perché non debba più ripetersi.
Mai retorica, mai eccessiva, incontrava i giovani con la consapevolezza e la gioia di chi sa che il futuro sono loro e che il futuro si costruisce sulla conoscenza del passato e sull’attenzione al presente. E i giovani l’hanno sempre ricambiata con affetto e con gratitudine.
Vera era anche molto “fisica” nei suoi incontri: abbracciava e non si sottraeva agli abbracci e rispondeva ad ogni domanda, sempre, con chiarezza e con semplicità. Mai rassegnata, mai disattenta alle vicende dell’attualità, l’ultimo pensiero di Vera è stato per Gaza: “Sono al fianco della Palestina che sta soffrendo per un genocidio”. Ci mancherai, Vera, ci mancheranno il tuo sguardo lucido e attento così come le tue parole di lotta e speranza.
