
La grande distribuzione organizzata (Gdo) conosce un grande balzo in avanti dagli anni 2000, anche a seguito della nascita, nel 2005, dell’associazione imprenditoriale FederDistribuzione, che si stacca da Confcommercio per la rappresentanza autonoma delle grandi imprese della sola Distribuzione moderna organizzata (Dmo). All’interno della Gdo ci sono diversi grandi gruppi: Carrefour, Coin, Crai, Esselunga, Leroy Merlin, Iper la grande, Ikea, Zara, Metro, Penny, Despar, Famila, Italmark, Acqua&Sapone, Arcaplanet, Pam, Panorama, ecc. FederDistribuzione diventa un soggetto di rappresentanza con un peso superiore al 70% dell’intera Dmo.
La nuova distribuzione moderna si presentava come l’espressione del commercio nella sua forma più organizzata e innovativa, ma dal punto di vista sindacale si esprimeva con una visione “cinica e regressiva”, considerando i diritti dei lavoratori quasi come un ostacolo da ridimensionare o rimuovere. La risposta sindacale ha respinto l’impostazione imprenditoriale, ponendo diversi paletti a tutela dei diritti dei lavoratori: questo ha permesso di sottoscrivere nel 2018 il primo Ccnl della Gdo dopo un lungo periodo di negoziazione e numerosi scioperi. Successivamente, nel 2024, con il rinnovo avvenuto dopo il grande sciopero del 22 dicembre 2023, sono stati fatti ulteriori passi avanti: è stato innalzato da 18 a 20 ore settimanali il contratto minimo del part-time, e per un contratto full-time al 4° livello di inquadramento l’aumento medio mensile è stato di 240 euro.
Nella Gdo sono aumentate esponenzialmente le vendite su piattaforme on line, con la consegna a domicilio o il ritiro in appositi magazzini o armadietti (lockers). Gli ordini sono gestiti in grandi siti di produzione e di stoccaggio, e trasportati a domicilio mediante flotte di furgoni di società in appalto o attraverso padroncini a partita Iva.
L’applicazione di nuove tecnologie digitali ha aperto anche a nuovi scenari, con la nascita se pur in via sperimentale di in numero ridotto di supermercati totalmente privo di addetti vendite e casse. Da quanto stiamo osservando, quindi, un primo impatto delle nuove tecnologie nel settore riguarda la possibile e sensibile riduzione dei posti di lavoro, ampliando al tempo stesso a 24 ore l’apertura degli esercizi commerciali.
Ai grandi gruppi della distribuzione commerciale raramente vengono imposti vincoli sulla qualità dell’occupazione: anche da qui il dilagare nel settore di precarietà, povertà e disagio socio-lavorativo.
Le decisioni politiche locali hanno autorizzato molti insediamenti nelle periferie o nei dintorni delle grandi città (alcune con ciclo produttivo h24), senza tener conto delle esigenze di mobilità delle lavoratrici e dei lavoratori, che per raggiungere la sede di lavoro spendono sempre più soldi e tempo. In questo senso il tempo dedicato al lavoro dai dipendenti del settore si dilata sempre più.
Una parte considerevole dei nuovi contratti di assunzione è problematica: contratti a termine, in somministrazione, di apprendistato, a chiamata. La presenza del part time involontario è massiccia, gli orari di lavoro sono disarticolati e imprevedibili, tanto da rendere difficile la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Queste condizioni producono un alto turnover.
Imprescindibile per la quasi totalità delle aziende è la richiesta di massima flessibilità oraria, che innesca continui conflitti sindacali. Richieste di flessibilità che si accompagnano ad innovazioni tecnologiche e organizzative, la più significativa delle quali riguarda l’utilizzo di sistemi di gestione del personale basati su algoritmi e sull’AI. Decisioni fondamentali, come l’organizzazione delle attività, le tipologie contrattuali e i turni di lavoro, vengono automatizzate attraverso dati e strumenti statistici, con forte impatto sulla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e quindi sulla salute psicofisica di lavoratori e lavoratrici.
Le tecnologie non sono mai neutre: gli algoritmi elaborano soluzioni in base ai criteri assegnati da esperti informatici al servizio dell’imprenditore. Per quanto riguarda i salari, in base alle tabelle retributive del Ccnl della Distribuzione moderna organizzata, i lavoratori a tempo pieno inquadrati al 4° livello con mansioni di “addetto alle operazioni ausiliari alle vendite”, “addetto alle casse”, “addetto alla logistica” che lavorano almeno due domeniche al mese (con la prevista maggiorazione salariale) e con un paio di scatti di anzianità, percepiscono uno stipendio netto mensile che si aggira attorno a 1.400 euro.
Va però fatta un’importante considerazione: il contratto utilizzato dai colossi della Gdo per circa il 60% dei lavoratori è il part-time, con un orario che va da 20 a 30-32 ore settimanali. Considerando una media di circa 25 ore settimanali, la retribuzione è di circa 8-900 euro netti al mese. Quindi ci sono lavoratrici e lavoratori che, pur avendo un lavoro a tempo indeterminato, vivono in una condizione al limite della soglia di povertà, e spesso per ottenere maggiori entrate devono lavorare di domenica e nei festivi, oppure ricorrere al lavoro supplementare e straordinario. Le più interessate al part-time involontario sono le lavoratrici, anche considerata la presenza femminile nei supermercati intorno al 60% del totale dei dipendenti.
Nei luoghi di lavoro, specialmente quelli privi di presenza sindacale, capita spesso che le richieste individuali di una giornata di permesso, di assegnazione del periodo di ferie, di spostamento del giorno di riposo diventino “merce di scambio e di ricatto” datoriale per ottenere maggiore flessibilità. In genere le più penalizzate sono le donne, su cui gravano i carichi di cura e le esigenze familiari.
La gestione flessibile dell’organizzazione del lavoro comporta un ampio ricorso alla polivalenza, con l’impiego degli addetti non solo per le mansioni per le quali sono stati assunti e formati, ma anche per altre attività nello stesso turno di lavoro. Questo tipo di flessibilità dei lavoratori tra i reparti è vantaggioso per l’impresa che sopperisce alla carenza di personale incrementando i carichi di lavoro e intensificando la prestazione lavorativa. Per lavoratrici e lavoratori si traduce in sovraccarico di lavoro, aumento dello stress lavoro-correlato, un vissuto da “lavoratore factotum”, maggiore rischio di infortunio.
La Filcams è intervenuta con la richiesta di regolamentare questo tema, limitando questa pratica alla sola volontarietà, legandola alla trasformazione da part-time a full-time, prevedendo integrazioni economiche e avanzamenti di inquadramento, chiedendo norme a tutela della salute e sicurezza, nonché incrementi occupazionali.
Dai dati raccolti da chi scrive, emerge un quadro abbastanza chiaro sui maggiori rischi alla salute in questo settore. I danni all’apparato muscolo-scheletrico sono riconducibili principalmente all’elevata movimentazione manuale dei carichi (Mmc), ai movimenti ripetitivi (Mr), allo scarso supporto di mezzi per lo spostamento delle merci, al mancato o errato utilizzo dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) e più in generale alla cattiva organizzazione del lavoro.
L’elenco delle principali attività svolte all’interno dei supermercati, e in particolare quelle che richiedono un elevato sforzo fisico e una particolare attenzione alla valutazione del rischio (spesso medio-alto), è lunghissimo: allestimento e rifornimento banchi espositivi, maneggio di teglie, spostamento veloce e ripetuto e di merci sul nastro delle casse, spostamenti di pallet con merce, ripristino scaffalatura, lavorazioni in celle frigo, montaggio mobili, allestimenti di arredi o di prodotti bricolage, continuo riordino della merce di abbigliamento.
A queste si aggiungono tantissime movimentazioni: cassette frutta/verdura, forme di formaggio e salumi di medio-grandi dimensioni, casse di pesce con ghiaccio, ceste di pane, sacchi di farine, elettrodomestici, casse di acqua, di olio, tappeti e generi di abbigliamento, piastrelle e vasi, rotoli di cavi elettrici, ecc. La maggior parte di queste attività si svolgono in piedi per molte ore, in parte con l’ausilio di mezzi meccanici come transpallet o carrelli, ma in buona parte manualmente.
Sono tantissime le patologie, in particolar modo agli arti superiori, a quelli inferiori e alla colonna vertebrale: ernie, protrusioni discali, tunnel carpali, tendiniti, epicondiliti, per citarne alcune. E la non corretta valutazione del rischio dello stress lavoro-correlato può provocare anche una serie di disturbi alla sfera psichica, che, se cronicizzati, portano a patologie serie e irreversibili.
Capita che a lavoratrici e lavoratori colpiti da una o più patologie vengano rilasciate prescrizioni da parte dei medici competenti, con l’obbligo di una ricollocazione in attività che non aggravino la loro salute. Tuttavia, le aziende non sempre sono disponibili a una ricollocazione ad hoc. Vi sono imprese che non solo non prevengono l’insorgenza di patologie lavorative, ma che trattano i lavoratori che le subiscono come un peso da scaricare, perché non più funzionali alla massima produttività.
In questo difficile contesto la figura del Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls) – in Lombardia per la Filcams se ne contano circa 400 – costituisce un patrimonio importantissimo che funge da collegamento tra i luoghi di lavoro e i sindacati, nella lotta a tutela della salute e del benessere delle lavoratrici e dei lavoratori.
Nel 2024 la Filcams ha lanciato il progetto “Bad Work No Future” contro il lavoro povero e il precariato, in cui rientra a pieno titolo la ricomposizione delle filiere nella Gdo: gli appalti e i subappalti nell’orbita della grande distribuzione organizzata coinvolgono diverse migliaia di lavoratrici e lavoratori. Un recente importante risultato riguarda la sottoscrizione di un Protocollo di internalizzazione, primo in Italia, per circa 2mila lavoratrici e lavoratori sul territorio nazionale (la metà in Lombardia) che operano in appalto per una grande azienda della Dmo.
In attesa che la politica intervenga su alcune leggi dannose e disumanizzanti, progetti come questo contribuiscono a ridare dignità e sicurezza alle lavoratrici e ai lavoratori.
