Parroco a Marghera, da anni impegnato nella campagna ‘Ponti e non muri’ di Pax Christi, don Nandino Capovilla è un punto di riferimento per chi odia la guerra ed è vicino alle popolazioni civili che in ogni guerra pagano il prezzo più alto. Sulla Palestina don Capovilla ha scritto il libro ‘Sotto il cielo di Gaza’ insieme a Betta Tusset (la meridiana), ed è attivo da anni in collegamento con le comunità cristiane della Striscia e della Cisgiordania. Per il suo attivismo nei mesi scorsi è stato anche fermato all’aeroporto di Tel Aviv, interrogato per sette ore, e poi espulso su un volo diretto in Grecia, perché accusato di costituire un pericolo per la ‘pubblica sicurezza’ e ‘l’ordine pubblico’. “Dite a chiunque scriva che basta una riga per spiegare che sto bene, mentre le altre vanno usate per chiedere sanzioni allo Stato che tra i suoi ‘errori’ bombarda moschee e chiese, e dei cui orrori si continua a fingere che siano solo esagerazioni”. L’inquietante episodio, per il sacerdote, doveva essere l’occasione per parlare non della sua vicenda personale ma “delle ingiustizie e del genocidio in atto in Palestina, inclusa Gaza ridotta in macerie”.

C’è stata finalmente una nuova tregua, ma nella Striscia di Gaza si continua a morire. I bollettini quotidiani raccontano di uno stillicidio di uccisioni, compresa un’intera famiglia bombardata mentre con un pulmino cercava di raggiungere quel che era rimasto della loro casa. Come si può fermare questa scia di sangue?

“Questa tregua è semplicemente un cessate il fuoco, nulla di più e nulla di meno. Tutti sono concordi a definirla fragilissima, tanto è vero che viene monitorata continuamente. Come si può fermare questa scia di sangue? Il primo problema è che chiamarla così è riduttivo. Fosse solo una scia di sangue sarebbe possibile intervenire e sarebbe anche relativamente facile. Invece dietro c’è un disegno preciso, esplicito, quello di eliminare i palestinesi dai loro territori. Questo è il problema, gigantesco. Netanyahu, il suo governo, Israele non vogliono dichiaratamente la pace. Non vogliono riconoscere lo Stato di Palestina, non vogliono che nasca mai lo Stato di Palestina. Tutto questo ci obbliga ad un impegno molto più grande”.

Alla fine dell’estate, quando i bombardamenti sulla Striscia erano incessanti e andava avanti la carneficina della popolazione civile, lei si augurava che nel cielo del Lido un piccolo drone immortalasse, fotografasse, la piccola Marghera letteralmente invasa da migliaia di manifestanti in marcia contro il genocidio. Una processione di corpi davanti al red carpet della Mostra internazionale del Cinema per denunciare l’orrore nella Striscia di Gaza.

“Grandi mobilitazioni come quella di Venezia si sono svolte per tutto il mese di settembre e all’inizio di ottobre. Cortei e presidi così grandi e così partecipati, non solo in Italia, da aver ‘costretto’ i governanti a fare finalmente qualcosa. Anche oggi che c’è questa debolissima tregua non possiamo, non dobbiamo fermarci”.

L’amministrazione statunitense è in missione quasi quotidiana in Israele, ufficialmente per controllare che non ci siano nuove offensive dell’esercito per ordine del governo Netanyahu. Don Capovilla, quanto è fragile questa tregua?

“Non dobbiamo fermarci alle notizie che arrivano. Assistiamo in questi giorni a una passerella, alti funzionari dell’amministrazione Usa e lo stesso vicepresidente Vance si mostrano davanti alle telecamere per fare niente più che una serie di raccomandazioni. Manca la volontà politica di fermare Israele, sul serio. Gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele a prescindere, qualsiasi cosa faccia. È solo una questione di opportunità quella che spinge l’amministrazione Trump a farsi vedere, del resto lo stesso presidente ha celebrato la ‘sua’ pace in pompa magna al parlamento di Tel Aviv. Ma in realtà, lo ripeto, l’unica preoccupazione è quella di continuare a sostenere le politiche di Israele. Un dato di fatto che non fa ben sperare, che ovviamente non comporta lo stop all’offensiva dell’esercito israeliano. Inutile girarci intorno: gli Stati Uniti assicureranno sempre il loro incondizionato sostegno a Israele”.

Il sacrosanto principio ‘se vuoi la pace prepara la pace’ in questo ultimo periodo storico è stato sostituito e stravolto dal folle comandamento secondo cui ‘la pace va difesa con le armi’…. La parola Sumud, resistenza, è diventata famosa in Italia grazie alla Flotilla. Ma quanto può resistere un popolo affamato e vissuto sempre sotto oppressione da parte di un esercito?

“Fra i tanti meriti che ha avuto la Flotilla, c’è anche quello di aver fatto conoscere il termine Sumud, resistenza, una parola importantissima per i palestinesi. Nella Striscia di Gaza e nei villaggi della Cisgiordania che Israele vuole annettersi Sumud c’è da sempre, una straordinaria prova di resistenza, per continuare a esistere”.