
L’aspetto più interessante della riflessione teorica di Gianfranco La Grassa, recentemente scomparso, riguarda la transizione dal capitalismo al comunismo. Si tratta del filo rosso che ha guidato tutte le sue fasi teorico-politico, sempre ispirate dalle lezioni del suo maestro francese Charles Bettelheim.
Per La Grassa il socialismo non è un modo di produzione compiuto, bensì un lungo periodo di transizione contraddittorio in cui persistono classi, conflitti e rapporti capitalistici. La permanenza di circolazione mercantile, distribuzione borghese e apparati statali dimostra che la forma capitalistica continua a riprodursi e da qui nasce il rischio della formazione di nuove borghesie capaci di rovesciare il potere proletario.
Al centro della sua critica vi è il rifiuto dell’economicismo, cioè dell’idea che lo sviluppo tecnologico e la crescita delle forze produttive siano fattori neutrali da piegare a fini socialisti. Secondo La Grassa tecniche produttive e apparati statali sono già intrisi di logiche capitalistiche e non possono essere semplicemente riutilizzati. Occorre trasformare radicalmente i rapporti di produzione e la loro connessione con le forze produttive, altrimenti ogni tentativo di costruzione socialista resta formalmente collettivo ma sostanzialmente borghese.
La Grassa valorizza l’apporto teorico del maoismo, che ha posto l’accento sulla lotta di classe permanente durante la transizione e sulla non irreversibilità del processo. I maoisti sottolineano, infatti, che anche in una società socialista possono nascere nuovi elementi borghesi, richiedendo quindi una dittatura integrale sul capitale. Tuttavia La Grassa critica l’eccesso di ideologismo di certe pratiche, come la rotazione dei ruoli nelle fabbriche o l’enfasi sulla sovrastruttura culturale, ritenendo che senza una trasformazione materiale dei processi produttivi la rivoluzione resti incompiuta.
Il nodo centrale è la riappropriazione reale da parte dei produttori. Non basta dichiarare collettiva la proprietà dei mezzi di produzione: ciò che conta è trasformare l’organizzazione concreta del lavoro, superando la divisione tra lavoro manuale e intellettuale, tra direzione ed esecuzione. Solo modificando la struttura tecnica e tecnologica della produzione si può spezzare il comando del capitale. Lo Stato, pur indispensabile per abbattere la macchina borghese e difendere le conquiste del proletariato, non può da solo garantire la trasformazione dei rapporti sociali poiché tende a riprodurre logiche di mediazione e centralizzazione funzionali al capitale.
Il capitalismo ha storicamente sviluppato enormemente le forze produttive e la cooperazione sociale ma lo ha fatto in modo antagonistico, espropriando i lavoratori e subordinandoli all’organizzazione capitalistica del lavoro. Questo processo ha però creato le condizioni per una possibile emancipazione. La socializzazione del lavoro, la crescente interdipendenza dei processi produttivi e l’emergere di un “uomo nuovo” potenzialmente liberato dai vincoli di mestiere. La transizione al comunismo si fonda su queste basi oggettive ma richiede una lotta politica continua, capace di colpire al cuore la struttura capitalistica della produzione e di impedire la riduzione del conflitto a semplice autogestione o competizione elettorale. La legge specifica della transizione al comunismo non può quindi essere intesa come un automatismo simile alla legge della valorizzazione capitalistica. Non è il progresso tecnico in sé a generare il cambiamento, bensì l’azione cosciente e organizzata del proletariato, attraverso il proprio partito e le sue istituzioni alternative, volta a modificare i rapporti di produzione e a costruire nuove forme di organizzazione sociale. La società di transizione rimane instabile, attraversata da tensioni e contraddizioni, e solo una lotta di classe incessante, dentro e fuori lo Stato, può spingere la trasformazione verso la riappropriazione collettiva dei mezzi di produzione e l’irreversibilità del comunismo, inteso come una società senza sfruttamento e senza divisioni di classe.
